La tragica scomparsa avvenuta nei giorni scorsi ha riacceso il dibattito sull’efficienza dei soccorsi e sulla presenza dei defibrillatori a Orvieto. Una ferita ancora aperta per l’intera città, che da realtà cardioprotetta oggi lo è soltanto in alcune rare postazioni, come presso le caserme, il Pozzo di San Patrizio e piazza Duomo. L’associazione “Amici del Cuore” aveva dato vita a un sistema virtuoso, ormai ridotto a un vago ricordo.
È però necessario chiarire alcuni punti, anche alla luce dei numerosi commenti e post circolati in rete. La presenza di un defibrillatore (DAE) non equivale automaticamente alla salvezza. È tuttavia una chance preziosa per chi è colpito da arresto cardiaco. Affinché sia realmente efficace, però, è fondamentale che ci sia qualcuno in grado di utilizzarlo correttamente. In mani inesperte, può diventare persino pericoloso.
I defibrillatori sono strumenti semplici ma altamente precisi: guidano l’operatore passo dopo passo, indicando chiaramente quando è opportuno intervenire. Tuttavia, se si intende riportare i DAE nel centro storico, è indispensabile garantire una manutenzione puntuale e continua, con responsabilità chiare e per 365 giorni all’anno. Un DAE è utile solo se è disponibile sempre e se c’è almeno un soccorritore abilitato a utilizzarlo. Per questo motivo, i dispositivi dovrebbero essere collocati all’esterno di esercizi commerciali, uffici o musei, in modo da essere accessibili in ogni momento.

Merita un approfondimento anche il dibattito, particolarmente acceso sui social, relativo ai tempi di intervento dei soccorsi. In generale, questi sono piuttosto rapidi, e ogni fase – dalla chiamata alla partenza fino all’arrivo sul posto – è tracciata con precisione. Non è obbligatoria la presenza di un medico su ogni mezzo: in caso di codice rosso, viene immediatamente attivato l’elisoccorso, che include nel team un medico. Da Foligno, l’elicottero può raggiungere Orvieto in circa 15 minuti, condizioni meteo permettendo, con qualche criticità per le aree più complesse come il centro storico.
In città si è parlato più volte dell’ipotesi di un punto di soccorso fisso in centro. Tuttavia, avere un’ambulanza del 118 richiede una gestione complessa e costosa. È altrettanto scorretto indicare la futura Casa di Comunità come punto di primo soccorso: la sua missione è diversa e non prevede questa funzione.
In conclusione, è certamente opportuno dotare nuovamente Orvieto di una rete di DAE, ma questo può avvenire solo attraverso un piano concreto:
- formazione di volontari qualificati;
- creazione di una squadra dedicata alla manutenzione;
- individuazione di punti all’aperto, accessibili e videosorvegliati per il posizionamento;
- coinvolgimento di esperti per analizzare e migliorare le fasi di soccorso.
Solo così si potrà passare dalla reazione emotiva alla costruzione di un sistema davvero salvavita.