1

CariOrvieto, semestrale positiva e solidità patrimoniale in crescita

Il Consiglio di Amministrazione della Cassa di Risparmio di Orvieto ha esaminato e approvato la Relazione Finanziaria Semestrale relativa al periodo 1 gennaio – 30 giugno 2023. Nonostante il contesto macroeconomico piuttosto incerto la Cassa ha registrato risultati positivi. La crescita degli impieghi alla clientela è pari a 4,5%, da 1,12 miliardi di euro al 31 dicembre 2022 a 1,17 miliardi di euro al 30 giugno 2023, grazie alla crescente propulsione commerciale a sostegno dell’economia reale (le erogazioni dei finanziamenti a medio lungo termine alle famiglie e alle piccole e medie imprese sono state pari a 80,6 milioni di euro, in incremento pari all’11,9% rispetto al primo semestre 2022). La raccolta diretta da clientela si attesta a 1,08 miliardi di euro al 30 giugno 2023 (1,10 miliardi al 31 dicembre 2022, -1,24%). La componente indiretta della raccolta si attesta, invece, a 525,51 milioni di euro registrando una crescita del 3,6% rispetto al dato di fine 2022 (507,49 milioni di euro).

L’incidenza percentuale dei crediti non-performing lordi rispetto al totale impieghi lordi (NPLs ratio lordo) si posiziona all’8,44%, in ulteriore calo rispetto al 9,27% di fine 2022. Analogamente, si riduce l’indicatore al netto delle rettifiche di valore (NPL ratio netto) pari al 2,98 (3,45% al 31 dicembre 2022). Ulteriormente in crescita, inoltre, il grado di copertura complessivo dei crediti deteriorati che passa dal 65,15% di dicembre 2022 al 66,83% al 30 giugno 2023. Si rafforzano anche i coefficienti di solidità patrimoniale (CET1/Tier1 ratio e Total Capital ratio) che si attestano al 12,79% (12,63% al 31 dicembre 2022), su un livello ampiamente superiore alle soglie minime regolamentari. La Cassa ha mantenuto elevati livelli di liquidità, con un indice LCR al 201,4% e un indice NSFR al 116,2%.

Complessivamente, i risultati del primo semestre riflettono la solida posizione finanziaria della Cassa di Risparmio di Orvieto con l’utile netto del semestre in crescita del 31,3% a 3,04 milioni di euro e un aumento del margine d’intermediazione del 10,8% a 25,92 milioni contro i 23,39 nello stesso periodo dello scorso esercizio.




Indagine FABI, il caro tassi colpisce duramente in Umbria, rate impagate per 226 milioni

Per combattere l’inflazione la BCE ha aumentato i tassi in maniera repentina e la conseguenza è stata un ‘altrettanto rapida crescita degli interessi di prestiti e mutui.  La federazione Autonoma Bancari Italiani, su dati Bankitalia, ha preso in considerazione i dati provenienti dall’Umbria da cui si evince che sono circa 226 milioni gli incagli per mutui e prestiti sottoscritti da privati e imprese.

Sempre secondo l’indagine di FABI 102 milioni sono derivanti da mutui, 52 da credito al consumo e 72 da altre forme di prestito. Se si prova a spalmare il debito sul totale degli abitanti dell’Umbria ne consegue che ogni cittadino ha un debito di circa 265 euro pro-capite, neonati inclusi.

Su base provinciale, il debito inevaso nel perugino è di 267 euro pro-capite mentre a Terni il dato è di 257 euro a testa.  Raffrontando il dato con quello di altre regioni e con quello nazionale, l’Umbria soffre in modo sensibilmente superiore alla media nazionale pari a 254 euro pro-capite e focalizza gran parte delle sue inadempienze sul fronte dei mutui che per loro natura vengono contratti non per motivi voluttuari ma per fare fronte a esigenze primarie su tutte quelle abitative.

FABI dell’Umbria sottolinea “da tempo abbiamo constatato e informato la pubblica opinione che le imprese e i cittadini umbri scontano per caratteristiche strutturali e desertificazione delle banche presenti in Regione condizioni creditizi peggiori sia di quelle medie nazionali sia di quelle delle regioni limitrofe”.

La FABI dell’Umbria torna a chiedere con forza che si mettano finalmente in campo tutte quelle iniziative dal Tavolo Regionale del credito fino alla conferenza regionale dell’economia e del lavoro da noi da tempo sollecitate e finora mai raccolte da chi dovrebbe attivarsi a sollievo delle sofferenze d’imprese e cittadini dell’Umbria.




La Cassa di Risparmio di Orvieto targata Mediocredito Centrale torna all’utile per 2,61 milioni di euro

Il consiglio di amministrazione della Cassa di Risparmio di Orvieto appartenente al gruppo bancario Mediocredito Centrale ha approvato il progetto di Bilancio dell’esercizio chiuso al 31 dicembre 2022. La Cassa ha proseguito – in un contesto generale caratterizzato da incertezza – la politica aziendale di crescita dell’attività commerciale a sostegno della propria clientela, in coerenza con gli indirizzi strategici previsti dall’aggiornamento del Piano Industriale 2023-2025. Riguardo all’attività di intermediazione, la Cassa presenta uno stock di impieghi, non considerando l’esposizione in titoli di debito, pari a 1,12 miliardi di euro al 31 dicembre 2022, in crescita del 10,2% rispetto al dato di fine 2021 (1,02 miliardi di euro). La raccolta totale presenta un saldo pari a 1,61 miliardi di euro al 31 dicembre 2022 (vs 1,63 miliardi al 31 dicembre 2021, -1,3%). In dettaglio, la componente diretta si attesta a 1,10 miliardi di euro (vs 1,13 miliardi di euro al 31 dicembre 2021), mentre quella indiretta a complessivi 507,49 milioni di euro (495,73 milioni a fine 2021). Quanto alla qualità del credito, l’incidenza percentuale dei crediti non-performing lordi rispetto al totale impieghi lordi (NPLs ratio lordo) si posiziona al 9,27%, in calo rispetto al 10,71% di fine 2021. Analogamente, si riduce l’indicatore al netto delle rettifiche di valore (NPL ratio netto) pari al 3,45% (4,90% al 31 dicembre 2021). In significativa crescita il grado di copertura complessivo dei crediti deteriorati che passa dal 57,22% dell’esercizio precedente al 65,15% al 31 dicembre 2022.
Con riferimento ai liquidity ratio, la Cassa conferma adeguati livelli di liquidità: indice LCR al 122,2% (239,3% al 31 dicembre 2021), indice NSFR al 126,2% (157,6% al 31 dicembre 2021). Il CET1/Tier1 ratio e il Total Capital ratio si posizionano al 12,63% (9,33% al 31 dicembre 2021), su un livello superiore alle soglie minime regolamentari. A dicembre 2022 si è perfezionato l’aumento di capitale in esecuzione di quanto deliberato dall’Assemblea Straordinaria degli Azionisti dell’8 novembre 2022. Complessivamente, sono state emesse 18.246.292 azioni, per un valore complessivo versato di 26.999.038,27 euro, di cui 5.399.077,80 imputati a capitale sociale e 21.599.960,47 a riserva sovraprezzo azioni.

A seguito della cessione della partecipazione di controllo, in data 21 dicembre 2022, dalla Banca Popolare di Bari SpA alla Capogruppo Mediocredito Centrale S.p.A., quest’ultima ha assunto il controllo diretto della Cassa.
In termini reddituali, l’esercizio 2022 si è chiuso con un utile netto di 2,61 milioni di euro a fronte della perdita netta di 0,13 milioni di euro dell’esercizio 2021. Più specificamente, per quanto attiene ai principali aggregati economici, il margine di intermediazione aumenta del 7,1% rispetto all’esercizio precedente (46,41 milioni di euro vs 43,35 milioni di euro), per effetto, della performance del margine di interesse (26,41 milioni di euro vs 23,44 milioni di euro, +12,7%) e delle commissioni nette (19,26 milioni di euro vs 15,53 milioni di euro, +24,1%). Il risultato netto della gestione finanziaria si attesta a 35,81 milioni di euro (28,73 milioni di euro al 31 dicembre 2021, +24,6%) in conseguenza sia del suddetto miglioramento del margine di intermediazione sia dell’andamento delle rettifiche di valore nette per rischio di credito (10,60 milioni di euro vs gli 14,61 milioni del dato comparativo, -27,4%). I costi operativi ammontano a 31,94 milioni di euro (28,84 milioni di euro al 31 dicembre 2021, +10,7%) essenzialmente per maggiori accantonamenti netti ai fondi per rischi e oneri (1,10 milioni di euro rispetto al saldo positivo, al 31 dicembre 2021, di 2,97 milioni di euro).
Tenendo conto delle imposte di competenza dell’esercizio (1,27 milioni di euro), l’esercizio 2022 chiude con un utile netto pari a 2,61 milioni di euro.

Fonte: umbriaeconomia.it




Indagine della UIL, in Umbria sempre meno sportelli bancari e ATM, crescono le transazioni con i POS

Una regione dove prosegue inarrestabile il trend delle chiusure delle agenzie bancarie, ma che vede ridurre anche il numero degli sportelli bancomat mentre arranca l’installazione di nuovi POS. È il quadro di sintesi che emerge dall’analisi della UIL dell’Umbria, basata su uno lavoro condotto dal Centro Studi Orietta Guerra della UILCA nazionale. La regione si scopre sempre più digitale fra trasformazioni nelle abitudini delle persone, nuove norme legislative e fiscali, sviluppo del commercio online e desertificazione bancaria, ma anche con ritardi propri che rendono non sempre agevole l’utilizzo delle carte di pagamento per gli acquisti quotidiani.

Numeri che confermano il calo generalizzato – in Umbria come nel resto d’Italia – del ricorso agli assegni bancari (-40%), dei circolari (-13,7%), delle RI.BA. (-18,8%), degli effetti cambiari, sia tratte che pagherò, ridottisi del 28%, mentre a crescere sono le transazioni con bonifici bancari (+25,1%), gli addebiti diretti in conto corrente (+18,5%), ma soprattutto le operazioni con carte di debito su POS (+74,5%), il tutto realizzato in soli tre anni.

E non è solo una questione di quantità di transazioni, considerato che c’è anche una stretta correlazione tra queste percentuali e i volumi espressi in milioni di euro dove, in valore, i pagamenti POS sono incrementati del 55,9%. Non solo strumenti di pagamento, ovviamente. Partiamo ad esempio dall’inarrestabile e progressiva chiusura delle agenzie bancarie presenti sul territorio, un trend in atto da diversi anni, dove – in linea con le tendenze nazionali – si è assistito in un decennio alla chiusura di circa un terzo degli sportelli, e con un processo tuttora in corso basato sui Piani Industriali dei gruppi bancari presenti in regione. Infatti, su 92 comuni umbri, ben 25 di essi sono ormai totalmente de-bancarizzati (il 27% del totale), con una situazione più grave in provincia di Terni dove si trovano ben dieci comuni senza agenzie (il 30%): Alviano, Arrone, Ferentillo, Montecchio, Montegabbione, Monteleone d’Orvieto, Parrano, Penna in Teverina, Polino e Porano. Anche in provincia di Perugia situazione complicata, con quindici comuni ormai senza sportelli (il 25%), e cioè: Castel Ritaldi, Costacciaro, Fratta Todina, Lisciano Niccone, Monte Santa Maria Tiberina, Monteleone di Spoleto, Montone, Paciano, Piegaro, Poggiodomo, Preci, Sant’Anatolia di Narco, Scheggino, Vallo di Nera e Valtopina. Una situazione che non solo priva oltre 31 mila umbri della fruizione di un servizio fondamentale, ma che rende problematico il semplice approvvigionamento di contante per le esigenze quotidiane, stante la contemporanea chiusura degli ATM, meglio conosciuti come sportelli bancomat.

Se a livello nazionale, nel breve volgere di un decennio, si è passati dai 45 mila sportelli bancomat operativi agli attuali 37 mila (-17%), la situazione umbra è decisamente peggiore in quanto, nello stesso periodo temporale, siamo passati dagli 824 ATM attivi nel 2010 ai 560 di fine 2021, con la chiusura dunque di ben 264 installazioni, l’equivalente del 32%, il peggior dato italiano, subito dopo il Trentino-Alto Adige. In altri termini, se in Italia si contano 90 bancomat ogni 100 mila abitanti, il dato dell’Umbria si riduce ad un misero quantitativo di 65 sportelli, sempre per 100 mila abitanti. Tutto ciò è allo stesso tempo causa ed effetto, insieme ad altri fattori predisponenti, a condurre il sistema dei pagamenti verso una sempre maggiore digitalizzazione, con una spinta che però sembra provenire soprattutto dalle nuove preferenze dei cittadini, piuttosto che dalla crescita dei POS attivi in regione. Infatti, se in Italia, in un quinquennio, i POS sono raddoppiati, passando dai 2,05 milioni di apparecchi ad oltre 4,14 milioni (+98%), l’Umbria sembra procedere con il freno a mano, in quanto si è saliti dai 45 mila apparecchi del 2016, agli attuali 68 mila circa, una percentuale di crescita minimale, se comparata con quella delle altre regioni italiane, facendo dell’Umbria la regione con la performance peggiore in assoluto.

Secondo Fabio Benedetti, Segretario Regionale Confederale UIL Umbria, la chiusura delle agenzie è una problematica delicata in atto oramai da diversi anni.  Nella grande spinta alla completa digitalizzazione dobbiamo pensare anche a chi, per vari motivi, non può o non riesce, e che in un contesto completamente digitale rischia di rimanere isolato e senza servizi considerati di primaria importanza. La UIL Umbria esprime grande preoccupazione per tali comportamenti che vanno a discapito degli ultimi, generando ancora più disuguaglianze in un momento in cui ce ne sono anche troppe. I Segretari Regionali UILCA Umbria Luciano Marini, Luca Cucina e Valentina Gallarato sottolineano le contraddizioni fra la preferenza di fasce sempre più ampie di popolazione, soprattutto giovanili, verso i pagamenti digitali, e alcune scelte di indirizzo sull’uso del contante che sembrano fra loro incongruenti.




BPBari e CROrvieto siglano partnership esclusiva di 5 anni con Athora per la bancassicurazione vita

Banca Popolare di Bari, Cassa di Risparmio di Orvieto e Athora Italia hanno siglato un accordo di partnership esclusiva della durata di 5 anni per la distribuzione di prodotti di risparmio, investimento e previdenza attraverso la rete di sportelli dei due istituti bancari. Grazie alla collaborazione, Athora Italia metterà a disposizione le proprie competenze e la propria esperienza nel settore della gestione degli investimenti e dei rischi per offrire rendimenti interessanti e protezioni assicurative ai clienti delle due banche. Questa partnership consentirà a Banca Popolare di Bari di rafforzare il proprio posizionamento come banca retail di riferimento per il Sud Italia e a Cassa di Risparmio di Orvieto di accrescere la propria missione di banca commerciale retail rilevante per le comunità locali e del Centro Italia. Obiettivi, questi, in linea con gli ambiziosi traguardi contenuti nel Piano industriale 2022-2025 approvato lo scorso 10 novembre.
“Accogliamo con soddisfazione e ottimismo la collaborazione strategica intrapresa con Athora Italia – commenta Cristiano Carrus, amministratore delegato di Banca Popolare di Bari – Si tratta di una partnership che si innesta nell’ambito del percorso di rilancio dell’istituto, che punta a diventare il punto di riferimento per le comunità territoriali e le nostre aree di riferimento”.
“Questo accordo permetterà alla banca di offrire ai propri clienti un’ampia gamma di servizi all’avanguardia – 
dichiara Emanuele Carbonelli, direttore generale di Cassa di Risparmio di Orvieto – Questa partnership per noi ha un duplice significato: da un lato, ci avvicina ancora di più al territorio e alle comunità di cui siamo parte, dall’altro, ci aiuta a perseguire la nostra importante mission, ossia rappresentare un motore di crescita dell’economia di tutto il Centro Italia”.

“Siamo particolarmente orgogliosi di essere stati scelti dalla Banca Popolare di Bari e dalla Cassa di Risparmio di Orvieto, a conferma della capacità delle nostre persone, della qualità delle nostre soluzioni assicurative e dell’elevato livello di servizio offerto ai nostri distributori – commenta Andrea Moneta, vicepresidente esecutivo Athora Italia – Questo accordo rappresenta un altro tassello importante per la realizzazione della nostra ambiziosa strategia di crescita focalizzata sul business vita e su partnership distributive. L’appartenenza al Gruppo Athora, la sua solidità patrimoniale e il percorso di crescita già realizzato in Europa, rappresentano ulteriori elementi qualificanti della strategia di crescita nel mercato vita italiano che oggi si arricchisce con la partnership con Banca Popolare di Bari e Cassa di Risparmio di Orvieto”.




Aumento di capitale, CRO, Fondazione, Comune, Regione, MCC: tutti gli attori di un film corale senza regìa

Il prossimo futuro di Cassa di Risparmio di Orvieto e della Fondazione torna d’attualità visto che è stato pubblicato il prospetto di aumento di capitale della banca.  La capitalizzazione si è resa necessaria perché, nonostante il miglioramento dei fondamentali di bilancio che, secondo alcune indiscrezioni sarebbe in utile per il 2022, l’istituto orvietano è ancora sotto parametri e quindi l’indicazione di Bankitalia è rimasta attiva e ora da eseguire.  I tempi decisi sono piuttosto stretti, 45 giorni dall’8 novembre.

All’interno del documento, pubblicato sul sito di CRO, c’è una prima indicazione che ha sicuramente portato fibrillazioni nella Fondazione, azionista di minoranza, e riguarda l’annullamento del valore nominale delle azioni ad oggi a 2,50 euro.  Il compianto presidente della Fondazione, Gioacchino Messina, decise una forte svalutazione del titolo, manovra che non fu scevra da critiche ma sicuramente necessaria con l’allora controllante Popolare di Bari travolta dal ciclone Jacobini e con la mancata distribuzione di dividendi ormai da oltre un lustro da parte di CariOrvieto.  Nel documento di capitalizzazione le azioni sono valutate 1,4797, al netto del sovrapprezzo, in pratica una perdita secca di 1 euro circa.  Questo potrebbe portate a una nuova svalutazione de facto del valore della partecipazione della Fondazione.

Da Palazzo Coelli non è arrivata alcuna notizia ufficiale ma i rumors indicano che la Fondazione abbia votato “no” allo schema di aumento, fortemente penalizzante per il socio di minoranza.  A questo punto non rimane che attendere la decisione sull’aumento stesso.  La Fondazione si trova di fronte a un bivio cogente, aderire o no?  Ogni decisione rischia di trasformarsi in un apparente errore.  Votare sì significherebbe andare a impegnare fondi cash in attesa che poi si concretizzi il piano industriale che vede il ritorno alla distribuzione dei dividendi non prima del 2025.  E fino ad allora?  Niente di niente dalla partecipazione più importante della Fondazione che però deve continuare a impegnarsi nella missione di sostegno economico e sociale al territorio.  Votare no significherebbe uscire definitivamente dalla banca già di territorio ma senza incassare cash necessario per incrementare il fondo a disposizione della città.  L’alternativa sarebbe vendere la partecipazione ma a fronte di una valutazione che deve assolutamente prendere in considerazione gli sforzi affrontati dalla Fondazione nel recente passato quando ha aderito a due aumenti di capitale da circa 17 milioni di euro.  Il valore di libro è superiore ai 15 milioni di euro e da qui si potrebbe partire se c’è la volontà di aprire una trattativa seria.  Ma i tempi stringono e l’aumento di capitale si avvicina con la Fondazione che deve scegliere se continuare a stare dentro CRO o mollare gli ormeggi così come hanno fatto tutte le principali fondazioni di origine bancaria anche perché esempi virtuosi di quelle che hanno mantenuto o il controllo o percentuali importanti sono estremamente rari. Torniamo al confronto tra Regione, Comune e banca.  Il passaggio di CRO dalla Popolare di Bari a MCC ancora non è concluso ma in via di definizione.  La seconda notizia che arriva dall’incontro è la mancanza della Fondazione, azionista di minoranza della banca e importante attore economico del territorio, all’incontro. 

La terza notizia riguarda il radicamento sul territorio.  Ma CRO è ancora una banca del territorio? E soprattutto c’è un territorio in senso economico della definizione?  E ancora, perché la Regione, magari tramite la sua finanziaria, non rileva le quote in CRO dalla Fondazione per dare un segnale forte di presenza del territorio umbro e di fiducia nei confronti delle imprese, e permettere alla Fondazione stessa di avere maggiore capitale per diversificare gli investimenti e continuare ad assicurare il proprio supporto economico nell’orvietano




Banca Centro Toscana Umbria via all’accorpamento di un ramo di Vival Banca e semestrale positiva

Banca Centro Toscana Umbria chiude la semestrale con utile lordo superiore ai 3 milioni di euro. I risultati confermano l’andamento economico patrimoniale positivo ed in linea con il piano industriale, conservando una forte attenzione agli accantonamenti prudenziali vista la complessità del momento economico e sociale. Nel frattempo la capogruppo Iccrea ha ricevuto l’autorizzazione della Bce all’accorpamento, mediante scissione totale non proporzionale, di un ramo significativo della consorella Vival Banca in Banca Centro Toscana Umbria: un progetto che consentirà un ampio disegno di valorizzazione industriale e territoriale nel solco della continuità e della prossimità ai territori. Dall’operazione, che sarà sottoposta all’assemblea dei soci delle Bcc nel mese di ottobre, potrebbe così nascere una banca tra le più dimensionate del Gruppo Bancario Iccrea con una presenza importante in Toscana ed in Umbria. Il Consiglio di amministrazione sarà composto da 13 membri ed i quattro nuovi amministratori andranno ad aggiungersi ai 9 in carica per questo mandato, nel rispetto ed in coerenza con le decisioni prese dalle assemblee dei soci all’epoca della nascita di Banca Centro Toscana Umbria nel 2020. Il Consiglio di amministrazione, con Florio Faccendi Presidente e Carmelo Campagna Vice Presidente, sarà integrato con un amministratore scelto tra i soci della ex Banca Cras, uno scelto tra i soci della ex Bcc Umbria, uno scelto tra i soci di Vival Banca ed il quarto indicato dalla capogruppo Iccrea che già partecipa al capitale della banca incorporanda. La direzione generale rimarrà affidata ad Umberto Giubboni.

“Un’operazione di sistema strategica che verrà sottoposta ai soci – afferma il Presidente Florio Faccendi – e che consentirà di dare ulteriore sostegno all’economia di tutti i territori di competenza.  Il piano industriale, sviluppato in collaborazione con la capogruppo, consentirà di rispondere alle esigenze dei soci e clienti in un contesto economico e sociale che sta assumendo contorni particolarmente complessi. Potremo rafforzare e razionalizzare la nostra presenza in Toscana ed in Umbria ampliando nel contempo l’operatività. Questo permetterà di dare sostegno concreto ai vecchi e nuovi territori di riferimento; nuovi territori a cui fornire una presenza politica e tecnica tale da. mantenere forte il sostegno ed il legame economico tipico della Bcc insieme all’anima cooperativa che ci contraddistingue”.

“La struttura del piano è tale – sottolinea il Vice Presidente Carmelo Campagna – da sostenere, pur con prudenti valutazioni coerenti con gli scenari di mercato, una presenza ancora più ampia e forte sui territori con una capacità di investire sullo sviluppo degli stessi mantenendo forte la radice mutualistica. Alla tradizionale operatività saranno affiancati elementi innovativi in termini di implementazione del modello di business”.  Il direttore generale Umberto Giubboni conferma, “l’andamento positivo del primo semestre e la coerenza con la pianificazione ci consentono di sottoporre la nuova operazione ai soci, partendo da basi in linea con le attese e con le proiezioni fatte ai fini del piano industriale approvato dalla capogruppo Iccrea e sottoposto all’autorizzazione della Bce. Nel primo semestre la raccolta globale è arrivata a 2,21 miliardi e gli impieghi a 1,36 miliardi, gli indicatori patrimoniali rimangono in linea con i benchmark di gruppo e di vigilanza. Un ringraziamento a tutto il personale che ha consentito con il proprio impegno di raggiungere questi risultati in piena coerenza con il piano strategico in vigore e relativo alla nascita, ormai oltre due anni e mezzo fa, di Banca Centro Toscana Umbria”.

Si potrà aprire, quindi, una nuova possibilità di crescita per Banca Centro Toscana Umbria che andrà a rafforzare la storia bancaria e cooperativa che i soci, con lungimiranza, hanno nel tempo scelto di sostenere nelle assemblee.




Il superbonus, da opportunità a trappola mortale

Più o meno due anni fa, in piena pandemia, fu istituito il “superbonus 110%” che nelle intenzioni doveva essere uno strumento formidabile proprio per dare respiro all’economia fiaccata dal Covid, puntando anche alla riqualificazione degli immobili con un impulso significativo al settore dell’edilizia.

Certamente la misura agevolativa si presentava estremamente interessante, sia per l’entità delle detrazioni (110% della spesa) sia per l’innovativo meccanismo dello “sconto in fattura” grazie al quale il committente privato non avrebbe sborsato denaro ma avrebbe potuto cedere all’impresa le sue detrazioni/credito di imposta a saldo delle fatture per la ristrutturazione, l’impresa poi avrebbe ceduto il credito di imposta ad un Istituto finanziario incassando il corrispettivo ed il cerchio si sarebbe chiuso con piena soddisfazione di tutti.

Ed effettivamente le cose sono andate proprio così per qualche tempo: i proprietari di abitazione hanno colto l’opportunità affidando ad imprese edili ed impiantisti la ristrutturazione dei loro immobili, e di conseguenza molte imprese si sono attrezzate, hanno investito e sono cresciute in dimensione vedendo in questa misura una sana opportunità di sviluppo del settore.

Oggi però leggiamo (e per esperienza diretta posso confermare) che tutte le imprese edili che si erano cimentate nella realizzazione di interventi con “sconto in fattura” sono in grave difficoltà finanziaria e che l’intero settore dell’edilizia è in sofferenza addirittura con serio rischio di default.

Che cosa è successo e come si è arrivati a questo stato di difficoltà?

Le cause che hanno trasformato una sana opportunità in un vero e proprio boomerang per le imprese derivano essenzialmente dalle modifiche normative che via via hanno reso sempre più difficile la cessione dei crediti dalle imprese alle Banche, fino alla completa e, ad oggi, definitiva chiusura di ogni possibilità di smobilizzare i crediti che le imprese hanno in pancia, perché anche alle Banche sono stati imposti dei limiti che di fatto non consentono loro di accettare altri crediti.

Semplificando è successo che dopo aver stipulato contratti di appalto con previsione dello “sconto in fattura” e soltanto dopo che i lavori erano stati eseguiti, fatturati e pagati con il credito caricato sul cassetto fiscale dell’impresa, a quella impresa è stato detto che quel credito nessuno lo avrebbe più potuto acquistare e liquidare e potrà usarlo solo in compensazione delle tasse e dei contributi ma in cinque anni oppure anche in dieci anni a seconda del tipo di intervento eseguito. 

La motivazione per la quale è stata imposta “in corsa” una stretta così drastica alla cessione dei crediti, è stata spiegata dal legislatore con la scoperta di truffe per importi miliardari realizzate proprio con la cessione di crediti su ristrutturazioni edilizie mai realizzate o realizzate con prezzi gonfiati.  La realtà però viene raccontata solo parzialmente, perché è indubbio che molte truffe sono state realizzate, ma non sul superbonus 110% bensì per la quasi totalità sui bonus ordinari che esistevano già da anni prima che il superbonus venisse istituito.

Ma come è potuto succedere che proprio ora sia state organizzate così tante truffe su bonus edilizi che esistevano da anni?

Spesso è troppo semplice dire che la legge è stata fatta male, ma in questo caso la legge che ha previsto la possibilità dello sconto in fattura e della cessione dei crediti è stata proprio fatta male!

Quando è stato istituito il superbonus 110%, la possibilità di pagare i lavori con lo “sconto in fattura” e cedere il credito di imposta alla banca è stata estesa anche a tutti gli altri bonus edilizi preesistenti, ma mentre per il superbonus 110% erano necessarie asseverazione tecnica e visto di conformità, cioè assunzione di responsabilità di due professionisti (tecnico e commercialista) a loro volta garantite da specifica copertura assicurativa, per tutti gli altri bonus tutto questo non era necessario e bastava banalmente fare una comunicazione all’Agenzia delle Entrate per avere il credito caricato sul cassetto fiscale e di conseguenza cedibile alla banca.

E’ di tutta evidenza che questa norma così concepita ha creato una falla gigantesca nel sistema di controllo della legittimità dei crediti, ed infatti si è purtroppo verificato che sfruttando questo vuoto nella procedura sono stati caricati crediti inesistenti poi ceduti alle banche e illecitamente incassati. Ma tutto questo, bene ribadire, è avvenuto utilizzando i crediti ordinari ed in particolare il bonus facciate che dava diritto fino a tutto il 2021 ad un credito pari al 90% della spesa.

Solo a fine 2021, orami troppo tardi, l’ennesima modifica alle norme sulla cessione dei crediti da ristrutturazioni edilizie ha previsto asseverazione tecnica e visto di conformità anche per i bonus diversi dal superbonus, cercando di riparare al vuoto procedurale che aveva provocato tanti danni. Ma in quella stessa modifica sono stati posti quei limiti stringenti alla cessione di tutti i crediti, compresi quelli da superbonus, per cui le imprese (quelle che lavorano e agiscono correttamente) che avevano già acquisito crediti o che stavano eseguendo interventi a fronte della cessione del credito si sono ritrovate ad avere crediti di imposta per importi anche importanti, senza però poterli più cedere e trasformarli in liquidità, con evidenti conseguenze di serie difficoltà finanziarie.

In conclusione, per cercare di porre riparo ad una norma mal concepita che aveva causato un danno all’Erario per colpa di alcuni truffatori, si è andati a punire un intero settore di imprese che avevano visto in questa misura una sana opportunità di lavoro dopo un periodo buio e che su questa avevano anche investito e assunto lavoratori, ma che ora invece gli si è ritorta contro mettendoli in serie difficoltà finanziarie.




CRO esce definitivamente dall’orbita di Bari. Ora l’azionista di controllo è direttamente MCC

Nel nuovo piano industriale di Medio Credito Centrale, guidato da Bernardo Mattarella, ci sono importanti novità per la Cassa di Risparmio di Orvieto.  La prima riguarda l’assetto societario con Bari che esce definitivamente di scena e con MCC che subentra pronta a ricapitalizzare.  La rivisitazione del piano è dovuta proprio alle performance non soddisfacenti della BPB che, secondo le stime dovrebbe chiudere l’anno con perdite sui 180 milioni di euro.  Troppo e allora MCC ha deciso di rivedere il piano anche perché i rischi futuri sono diversi.  In pratica MCC sembra aver deciso di introdurre una bad division e una terapia d’urto che prevede anche la vendita di alcuni immobili di pregio su Bari e altri probabilmente in Basilicata e a Teramo.

Ora per Cassa di Risparmio di Orvieto si apre una nuova fase.  MCC ha individuato nella banca orvietana chi dovrà gestire il mercato retail in tutto il centro Italia mentre alla Popolare di Bari andrà il coordinamento dell’area del Sud Italia.  Il prossimo passaggio riguarderà la ricapitalizzazione di CRO che ha assicurato MCC ma rimane il punto di domanda sul destino della quota della Fondazione guidata da Libero Mario Mari.  Viene archiviata, invece, la possibile incorporazione in BPBari, mentre nel prossimo futuro potrebbero esserci movimenti con la capogruppo MCC.  In ultimo non sono previsti tagli di personale e la chiusura di ulteriori filiali, almeno in questa fase probabilmente in attesa di leggere i risultati definitivi relativi al primo semestre del 2022.




Antonio Rossetti, CTS, “tanto risparmio ma pochi investimenti così le imprese orvietane soffrono, quali soluzioni?”

In un Rapporto appena uscito l’impresa sociale Cittadinanza Territorio Sviluppo prende in esame l’economia del territorio orvietano attraverso l’analisi congiunta di più studi. In particolare si fa riferimento, nel documento appena pubblicato, al Bollettino socio-economico 2019 del CSCO, all’Analisi dei depositi bancari dell’Umbria a cura di Mediacom043 e al recente Osservatorio permanente delle prime 20 imprese di capitali dell’Area interna Sud-ovest Orvietano proprio a cura di Cittadinanza Territorio e Sviluppo. I dati analizzati restituiscono un’ipertrofia dei depositi bancari tipica dell’orvietano e un livello del credito bancario alle imprese molto più basso ad Orvieto rispetto al dato umbro. Nel nostro territorio per ogni euro di deposito bancario solo 0,75 centesimi si trasformano in prestiti contro 0,95 della media umbra.

Un dato preoccupante che rappresenta un’ulteriore spia di allarme rispetto all’andamento economico stagnante del nostro territorio. 

Abbiamo così voluto rivolgere qualche domanda in più al curatore del rapporto, Antonio Rossetti, presidente del Comitato Scientifico di Cittadinanza Territorio Sviluppo.

Presidente Rossetti in soldoni cosa sta accadendo alle imprese del nostro territorio?

I dati ci restituiscono una situazione di stasi dei prestiti bancari consolidata da diversi anni. Tutto ciò in particolare nell’orvietano. Nonostante la mole dei depositi bancari ad Orvieto sia importante, il livello dei finanziamenti effettivamente erogati è molto inferiore al credito potenzialmente erogabile. In un sistema bancocentrico, ovvero dove le banche costituiscono con gli affidamenti il principale canale di finanziamento degli investimenti delle imprese, questa stasi del credito è uno dei fattori che inducono un peggioramento della redditività delle aziende orvietane.

Quindi mi sta dicendo che l’alta propensione al risparmio degli orvietani sta minando la salute del nostro sistema imprenditoriale?

Il risparmio delle famiglie finito nei depositi ha determinato nel tessuto produttivo minori flussi di cassa gestionali, così le imprese per finanziare i loro piani di sviluppo avrebbero avuto necessità di un maggiore  ricorso ai fidi bancari. Nel medio periodo, visto il basso livello di credito bancario del territorio, le nostre imprese hanno di fatto dovuto ridurre i loro piani di espansione. In generale quando il risparmio acquista depositi e non vi sia un parallelo incremento dei prestiti, vi è un ridimensionamento dei piani industriali, con meno investimenti fissi e più rimanenze di magazzino indotte dalle minori vendite. E’ quello che sta accadendo ad Orvieto, un eccesso di risparmio.

Eccesso di risparmio significa così crollo degli investimenti produttivi?

Proprio così. Aggiungerei che se non si vuole che anche l’aggiornamento del capitale produttivo già impiantato declini, bisogna necessariamente fare in modo che all’aumento dei depositi corrisponda un aumento degli impieghi bancari verso le imprese del territorio.

Quali sono le cause di tutto ciò?

Mi permetta un’espressione poco tecnica ma che rende bene l’idea, c’è uno “sciupio” di risparmio. Ovviamente, come sempre in economia, vi è pluralità di fattori. In primo luogo, la stasi demografica e la distribuzione del reddito concentrata sulle fasce più alte sono entrambi elementi importanti che certamente determinano questa situazione. In secondo luogo, non va trascurata però la contenuta dimensione delle imprese e anche la natura “familiare” di molte aziende del territorio, fattori che incidono sensibilmente sulla redditività e la crescita delle imprese orvietane.

Le imprese dell’orvietano sono molto più a rischio di altre?

Dall’ultimo Osservatorio permanente sulle prime 20 imprese di capitali elaborato dal CTS, anche escludendo il caso Vetrya, emerge che nel 2019 il MOL (margine operativo lordo) rapportato al fatturato è stato, per le imprese di Orvieto, poco al di sopra del 5% e il MOL per addetto si è attestato attorno ai 20mila euro. Le imprese fuori dal comune di Orvieto si sono attestate rispettivamente all’8,6% e attorno ai 56 mila euro per addetto. In conclusione, vi sono molte cause che determinano una contenuta redditività delle imprese, ma molte di esse sono evidentemente correlate al deficit d’investimento.

Perchè secondo lei vi è nel nostro territorio questa mancata crescita del credito alle imprese da parte delle banche?

Il fatto che il credito effettivo rimanga molto al di sotto rispetto a quello potenziale, garantito dall’alto livello dei depositi, può dipendere sia dalla domanda che dall’offerta di affidamenti. Probabilmente la spiegazione sta in un mix tra domanda e offerta, per cui la contenuta redditività aziendale corrente induce, se proiettata nel futuro, aspettative non ottimistiche aumentando così il rischio d’insolvenza percepito dalle banche. Allo stesso modo gli imprenditori possono sviluppare una visione pessimistica sull’andamento del futuro e procrastinare così i loro piani di sviluppo.

Quali le soluzioni perseguibili e in che tempi?

Le linee d’intervento, sono riassumibili secondo tre approcci: in primo luogo, il miglioramento tecnologico, in secondo luogo un cambiamento organizzativo, in terzo luogo una rivisitazione del ruolo funzionale dell’imprese dell’orvietano all’interno della «catena del valore», con la finalità di svolgere, in luogo delle attuali, quelle fasi del ciclo di produzione a più alto valore aggiunto. Da ultimo, un cambiamento nelle relazioni tra imprese (integrazione, deverticalizzazione, partnership, accordi di rete) e nei mercati del lavoro (un nuovo “modo di produzione” maggiormente volto al digitale e sfruttando anche le nuove possibilità dello smart working). Occorre innovazione! Il che richiede tempo, pianificazione e investimenti. Per questi ultimi vi sarebbe già lo stock di risparmio accumulato, investito in depositi e pertanto trasformabile in impieghi, in cerca di idee innovative.

Scarica il Rapporto