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Shopping di Natale, ti “regalo” una banca

A Orvieto sono state accese le luminarie per festeggiare lo shopping natalizio: soprattutto quello che riguarderà la Cassa di Risparmio, strenna da quasi un miliardo e settecento milioni di raccolta (soldi veri) che finalmente fa utili da qualche anno. Più o meno da quando la Banca Centrale Europea ha aumentato i tassi (e macinare profitti per qualunque istituto è stato automatico come l’incasso di un parcheggio) e la Fondazione non ha partecipato all’aumento di capitale, perdendo forse un “treno”, ma del resto proprio i treni vanno sempre meno d’accordo con Orvieto. Una rassegnazione da pendolari semi dimenticati che ormai contagia ogni riflessione su una città bella, vagamente isolata, che può avere cento, mille ristoranti, e non più una sua autonomia di servizi essenziali per chi ci vive.

Che cosa succede a banche grandi e piccole: è l’argomento noioso, ma rivelatore di come si stia pianificando la gestione delle risorse in questo Paese. Leggere che il Governo ha minacciato il golden power, cioè il potere di bloccare un’operazione finanziaria rivendicando la difesa di un interesse nazionale, per evitare che Unicredit conquisti Banco Bpm, che a sua volta con la mano sinistra sta acquisendo Anima e con la destra sta rilevando una fetta del Montepaschi – sì, sembra di stare alla fiera dell’Est dove per due soldi qualcuno un topolino comprò – fa sorridere. Ma fa anche un po’ d’invidia: il Ministero dell’Economia ha definito l’intenzione di Unicredit come “non concordata” (avverrebbe tra soggetti privati, quindi affermarlo è un’ingerenza enorme); invece qui a Orvieto non c’è proprio nulla da concordare (la “Cassa” è dello Stato) e non c’è Istituzione cittadina o regionale che potrà veramente mettersi di traverso o chiedere garanzie.

A chi, a Babbo Natale? Avrebbe potuto farlo la Fondazione azionista: ma ormai è tecnicamente arduo, se non impossibile. Qui non si può fare protezionismo. Né imporre dazi morali a chi verrà. L’interesse nazionale del quale si millanta una protezione riceverà l’attenzione straordinaria di un power (come fosse attaccato a una colonnina di ricarica) che l’interesse territoriale, al contrario, può solo sognare. Quando, in realtà, nella considerazione di un’Italia sempre industrialmente più piccola, punteggiata di campanili e, quindi, di aree e distretti (da considerare ormai quasi come le riserve indiane) sarebbe opportuno difendere gli interessi dei Territori che la politica (tutta, da decenni) continua a isolare e desertificare. Difficile, però, sperare in qualche power se non ci sono nemmeno le colonnine. Tranne una, significativamente davanti alla Cassa. Con la quale chi arriva si ricaricherà alla spina.

Sempre che funzioni.