CRO e rumors sulla vendita con imprecisioni sui ratios. La Fondazione ora deve vigilare

La sede della Cassa di Risparmio di Orvieto

Ciclicamente torna d’attualità la possibile cessione della quota di controllo di CRO da parte della Banca Popolare di Bari.  La prima volta è successo in piena crisi a Bari con il finanziere bolognese Giulio Gallazzi che presentò un’offerta monstre da circa 55 milioni di euro alla capogruppo spiazzando la Fondazione CRO che qualche settimana prima aveva a sua volta presentato una propria offerta per circa 33 milioni di euro.  Più recentemente è stato il turno di una cordata di professionisti del nord ma con cifre ben più contenute.  Di Gallazzi e dei francesi di Argenthal effettivamente si erano perse le tracce da tempo.  E invece in piena seconda ondata pandemica le indiscrezioni riferiscono di un rinnovato e forte interesse per la CRO ma la cifra è totalmente diversa, non più 55 milioni ma tra i 12 e i 15 milioni di euro.  Un vero e proprio crollo del valore della banca orvietana dovuta al repentino cambio di scenario di quest’ultimo anno.

Dalle indiscrezioni sembra cosa fatta ma tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il classico mare.  Ma soprattutto alcune inesattezze che non posso passare inosservate.  La più eclatante perché avrebbe riflessi importanti riguarda i 40 milioni di aumento di capitale che assicurerebbe Gallazzi in CRO per far rientrare la banca nei ratios patrimoniali.  Andando a riguardare il bilancio chiuso al 31 dicembre del 2019 non c’è traccia di sforamenti dei ratios mentre per il 2020 ancora non si può avere contezza visto che l’anno deve ancora terminare.  Sicuramente non sarà un anno positivo ma di ratios da rimettere in ordine non c’è traccia.  Poi ci sarebbe lo scoglio Fondazione da superare visto che l’Ente ha come sempre il diritto di veto su eventuali operazioni di capitalizzazione.  Gli ambienti vicini alla Fondazione sottolineano che non vi è alcuna operazione obbligata sul capitale e comunque l’ultima parola spetterebbe sempre a Palazzo Coelli.

Sempre in ambienti Fondazione viene smentita categoricamente che ci sia un sostanziale via libera all’operazione di acquisto della cordata di Gallazzi sia perché la vendita di quote non coinvolge Palazzo Coelli sia perché non è arrivata alcuna comunicazione ufficiale dalla capogruppo.  Sicuramente ci sarà la massima disponibilità al dialogo e alla collaborazione con l’eventuale nuovo socio di controllo di CRO, sempre che le vendita si concretizzi.  Sempre secondo rumors, infatti, il nuovo board di Bari e l’azionista di controllo pubblico non è poi così convinto di dover cedere la Cassa che invece potrebbe essere un asset da valorizzare per vie interne, leggasi studiando opportunità di business nuove da sfruttare per l’intero gruppo.  Insomma la vendita della banca è sul tavolo ormai fin dai tempi di Jacobini ma di accelerazioni all’orizzonte non se ne vedono, almeno stando a quanto è a conoscenza della Fondazione.

In ultimo è certo che in questo momento così delicato la Fondazione debba svolgere un ruolo di controllo e di monitoraggio attento dell’evolversi della situazione sul fronte bancario.  Ricordiamo, solo per cronaca, che Fondazione nel bilancio ha già abbondantemente svalutato il valore di CRO iscritto a bilancio e, vista la valutazione stimata il rischio concreto è che anche il nuovo valore sia troppo alto rispetto alla realtà.  Manca un presidente, dopo la prematura scomparsa di Gioacchino Messina, ma ora è necessario vigilare e con competenze e professionalità che esistono all’interno del consiglio d’indirizzo e del cda.  Le trattative per il ruolo di CRO sia con un eventuale acquirente sia con l’attuale socio pubblico di Bari non saranno semplici anche perché in primavera scade l’attuale cda con lo statuto che prevede da parte della Fondazione la nomina di tre consiglieri e fra loro il presidente della banca che, allora, potrebbe essere diversa e avere un nuovo azionista di controllo.

 

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