Coronavirus. Intervista immaginaria a Louis Pasteur

di Roberto A. Basili

(nella foto: in primo piano Louis Pasteur e sullo sfondo Roberto A. Basili)

PARIGI, 15 marzo 2020 – Louis Pasteur, (1822 – 1895) è universalmente considerato il fondatore della moderna microbiologia; a lui è dedicato il prestigioso Istituto francese che si occupa dello studio della biologia, dei microrganismi, dei vaccini. L’ incontro avviene nel suo laboratorio dopo aver promesso di rimanere a debita distanza, in attesa che si concluda la ricerca nella quale al momento è impegnato.

Monsieur Pasteur, da tempo siamo abituati a vedere i medici in camice bianco; è il segno di appartenenza a una casta, come l’abito nero dei preti o la toga dei magistrati?
No, mon cher ami, è il segno dell’importanza fondamentale dell’igiene nella pratica medica, in sanità pubblica. Ti ricordo i miei studi sull’asepsi in chirurgia. Tu sai perché i medici si lavano spesso e a lungo le mani?

Non ne ho idea, racconti…
Un medico ungherese, Ignác Semmelweis , assistente nella Clinica ostetrica dell’ospedale di Vienna, osservò un notevole calo della mortalità per febbre puerperale, mediante l’utilizzo di uno spazzolino per pulire le unghie e grazie alla disinfezione delle mani con cloruro di calce. L’idea di Semmelweis era che «Sono le dita degli studenti, contaminatesi nel corso di recenti dissezioni, che portano le fatali particelle cadaveriche negli organi genitali della donna incinta».
Fui io, anni dopo – era il 1864 – a dimostrare che la contaminazione era sostenuta da batteri, e dovuta alla scarsa igiene dei medici.
Tuttora, i dottori e in particolare i chirurghi si lavano accuratamente le mani prima di ogni pratica medica.

Monsieur Pasteur, i nostri Paesi, e il mondo intero, sono alla prese con l’epidemia da Coronavirus. Cosa dobbiamo fare?
La medicina moderna ha fatto passi da gigante, impensabili alla mia epoca. Ma in attesa di un farmaco – che mi auguro presto riuscirete a mettere a punto – e di un vaccino per il quale servirà più di un anno, restano ancora valide le avvertenze dei miei tempi: lavarsi bene e spesso le mani – basta il sapone Marsiglia – ed evitare i contatti ravvicinati tra le persone. C’est très facile, mon cher ami!

Perché è importante evitare contatti ravvicinati?
Molti di voi ancora pensano che il virus sia come una specie di animaletto, così piccolo da essere invisibile. Ma non è così! I virus, come quello della rabbia – per la cui scoperta fui premiato con il Gran Cordon de la Légion d’Honner – sono frammenti di ARN (acido ribonucleico) che per sopravvivere hanno bisogno di un ospite dove replicarsi, sia esso animale o uomo. La distanza tra il soggetto portatore del virus e l’eventuale ospite è quindi fondamentale per evitare il contagio: bastano un metro, meglio due.  Mi spiego meglio… Immagina che io da Parigi scriva una lettera diretta a te che vivi a Orvieto – splendida città d’arte, da visitare; questa lettera per raggiungerti ha bisogno di un corriere, di un postino che la recapiti, diversamente non arriverebbe mai. Il postino del Coronavirus sono le goccioline che ognuno di noi emette con lo starnuto, la tosse, ma anche mentre si parla. Basta stare a debita distanza e la “lettera” – il virus – non ti raggiunge.

Monsieur le Professeur, una parola di speranza per l’oggi e per il domani?
Per l’oggi, lavarsi le mani bene e restare a casa; se si devi proprio uscire mantenere le distanze. Per il domani invece, consiglio di rivedere le vostre concezioni di ospedale. Vi eravate illusi che le malattie infettive, almeno nel mondo che chiamate civilizzato, fossero scomparse; il vostro impegno era proteso ad affrontare le malattie “degenerative” (diabete, ipertensione, …), curabili ma non guaribili. La storia invece insegna che ogni 40-50 anni arriva una nuova epidemia. Dunque, preparatevi per tempo: penso a una nuova edilizia ospedaliera, concepita per moduli, utili in condizioni di normalità, ma che possano facilmente essere riconvertiti in occasione delle prossime epidemie.

Si ringraziano:
Remo Romoli
, igienista, per la consulenza scientifica; Massimo Roncella, fotografo, per il fotomontaggio

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