Ciao Cinzia, ciao Rosalba

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Riceviamo e pubblichiamo da le operatrici volontarie del CAV L’Albero di Antonia Orvieto

Tutte le operatrici del Centro Antiviolenza desiderano esprimere la loro vicinanza al dolore dei parenti, amici e amiche di Cinzia e Rosalba, vittime del femminicidio avvenuto a Orvieto il 14 novembre 2019. Abbiamo atteso che si svolgessero i funerali per rispetto, ma ora chiediamo che si faccia di tutto per chiarire lo scenario in cui si è consumato questo delitto e per mettere al giusto posto vittime e colpevole, usando le parole adatte. Ci sembra che finora la vicenda sia stata raccontata solo dal punto di vista di colui che ha ucciso, con le vittime a fare da sfondo, eppure Cinzia e Rosalba sicuramente avevano altri progetti per le loro vite. Non le conoscevamo personalmente, ma ci piace pensare che avessero altri desideri per il futuro, non certo quello di essere uccise proprio da chi era loro più vicino. Il movente lo leggiamo sui giornali: una situazione personale complessa, una follia, un raptus, un raptus di follia, un trasloco… In attesa che le indagini chiariscano meglio quello che è successo, noi pensiamo che quanto accaduto non sia “follia”, non sia “un raptus”, non sia “un raptus di follia”, non sia dovuto al “malore provato qualche giorno prima”, non sia “il trasloco”, non sia malgrado fosse “una brava persona”, non sia “perché nessuno poteva immaginare”, non sia “inspiegabile”… ma sia l’annientamento di due donne, quindi un FEMMINICIDIO. Il femminicidio è “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte” (Dizionario Devoto-Oli, 2009). In Italia la parola femminicidio è arrivata nel 2008 grazie al libro di Barbara Spinelli, che ha mostrato come fosse una parola di cui avevamo veramente bisogno. Per comprendere meglio, utilizziamo la definizione di Marcela Lagarde, antropologa messicana, ha contribuito molto alla definizione della parola: “Femminicidio è un termine politico. Parlare di femminicidio implica guardare in faccia la realtà e chiamare le cose con il proprio nome, ponendo l’attenzione non sul carnefice e sulle sue problematiche, ma sulla vittima che è sempre la donna. Con il termine femminicidio si vuole includere, in un’unica sfera semantica di significato, ogni pratica sociale violenta fisicamente e psicologicamente, che attenta all’integrità, allo sviluppo psicofisico, alla salute, alla libertà o alla vita della donna, col fine di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento, fino alla sottomissione o nei peggiori casi alla morte della stessa. Questo perché la violenza sulle donne può manifestarsi in forme molteplici, più o meno crudeli, più o meno subdole, e non è detto che lasci sempre marchi visibili sul corpo: essa infatti può provenire non solo dall’uomo, ma anche dalla società, che la favorisce o in taluni casi la provoca attraverso le sue discriminazioni, i suoi stereotipi, le sue istituzioni. Cionondimeno, in qualsiasi forma venga esercitata, la violenza rappresenta sempre l’esercizio di un potere che tende a negare la personalità e la dignità della donna: brutalizzando il suo corpo o la sua anima si afferma il dominio su di essa, rendendola oggetto di potere la si priva della sua soggettività. Il femminicidio quindi è un fatto sociale: la donna viene uccisa in quanto donna, o perché non è la donna che l’uomo o la società vorrebbero che fosse.” La vicenda rivela un profondo tratto patriarcale, per cui se mi uccido, uccido anche te, perché senza di me, tu non sei.

Ciao Cinzia, ciao Rosalba.

 

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