Non ci siamo dimenticati dei ritardi ASL per un paziente. Ecco le 5 domande a cui non si riesce ad avere risposta

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I problemi della sanità sono noti e comuni a tutta l’Umbria.  Liste d’attesa, esami da fare lontano dal proprio comune di residenza, mancanza cronica di personale e chi più ne ha più ne metta.  E’ di questi giorni la polemica nata sui social che riguarda un esame importante come la mammografia per cui non ci sono posti per tutto il 2019 e le prenotazioni per il 2020 sono chiuse.  Il risultato è che per almeno 7 mesi nessun paziente può effettuare questo importante esame.  Sembrerebbe, ma qui il condizionale è d’obbligo, che anche per gli esami a pagamento all’interno delle strutture pubbliche non ci siano posti disponibili fino a fine anno e per il 2020 è mistero fitto.  Anche la prenotazione delle visite specialistiche, nella maggior parte dei casi, ha tempi biblici.  Il ricorso al privato o alle prestazioni chiamate intra moenia è sempre più elevato con evidenti costi tutti a carico del paziente.  Il problema non è assolutamente di chi lavora all’interno delle varie strutture ma di un sistema che rischia il collasso per evidentissime carenze di personale soprattutto specializzato.  Manca il personale infermieristico e medico e sono ormai quasi quotidiani gli allarmi lanciati da istituzioni, associazioni, politici a livello nazionale.

Se sul fronte delle visite e degli esami per tentare di recuperare ci vuole tempo e volontà, è ben diverso il caso che abbiamo portato all’attenzione qui sulle pagine di Orvietolife.it ormai più di un mese fa.  Abbiamo illustrato il caso di un paziente a cui durante il ricovero hanno prescritto una protesi.  I familiari si sono immediatamente adoperati e in pochissimo tempo il malato ha avuto la sua protesi.  Il problema è nato dopo.  Per aprire la pratica di rimborso hanno chiesto tempo, circa 15 giorni, poi un’ulteriore proroga fino ad arrivare al 25 marzo del 2019.  Il familiare aveva appuntamento per le 13.  Sfortunatamente il paziente è deceduto alle 10 circa.  Il familiare si reca comunque all’appuntamento con il medico che dovrebbe certificare la necessità dell’apparato.  La risposta è stata lapidaria, “no, signora ma noi possiamo certificare la necessità di una protesi per un morto, è illegale”.  C’è evidentemente qualcosa che non quadra.  Siamo arrivati al 25 marzo non per la cattiva volontà dei familiari del paziente, ma per problemi degli uffici competenti.  Nel frattempo, un paziente anziano con problemi può sicuramente peggiorare e addirittura morire.

Allora la colpa di chi è? Non certamente dei parenti de defunto, non vogliamo neanche affermare che la colpa sia del personale.  La colpa è nelle regole burocratiche che soffocano anche il buonsenso.  Un paziente ricoverato in ospedale non può evidentemente approfittare e la protesi è stata prescritta direttamente da un medico interno all’ospedale; non basterebbe far comunicare tra loro reparti e uffici, almeno in questi casi?

Noi abbiamo chiesto di conoscere le motivazioni alla ASL ma ancora non c’è arrivata una risposta.  Dobbiamo attendere, ma la nostra lettrice vuole risposte certe e allora eccole le domande che vorremmo porre:

  1. Perché non si rende il sistema di gestione totalmente digitale evitando carte e scartoffie oggi ormai inutili?
  2. In questo caso specifico di cui siamo a venuta a conoscenza, l’attesa è dipesa esclusivamente da problemi della ASL. Perché “punire” il malato e/o i suoi familiari?
  3. E’ illegale il retrodatare, non riconoscere una realtà dei fatti tra l’altro certificata da un medico dell’ospedale, che se non erriamo è considerato un pubblico ufficiale.
  4. Non è il servizio pubblico al servizio del cittadino? Se ci fosse stata una famiglia in difficoltà economica come avrebbe potuto affrontare la spesa di una protesi prescritta ad un ricoverato e attendere il rimborso a distanza di tempo e poi magari vederselo negato?
  5. Perché le protesi ed altro non vengono direttamente ordinate dalla ASL presso fornitori di propria fiducia senza inutili attese?

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