Paola Vittori, “da due anni attendiamo la targa in ricordo di Stefano Melone, servitore dello stato, padre e marito”

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Da due anni la famiglia Melone attende che venga apposta una targa in ricordo di Stefano Melone, maresciallo

elicotterista dell’esercito, marito, padre, persona generosa e sorridente.  Stefano Melone è deceduto per una grave patologia legata all’uranio impoverito utilizzato in Kosovo e non solo.  Atroci sofferenze hanno segnato un uomo che amava il proprio lavoro, amava gli elicotteri e che era convintissimo dell’utilità delle missioni di pace.  “Non lo ha mai fatto per soldi”, ci ha spiegato Paola Vittori, moglie del maresciallo, “ma perché un militare sa fin dall’inizio che il suo lavoro può portarlo lontano dagli affetti familiari, dal proprio Paese, in qualsiasi momento”.  Abbiamo voluto raccontare Stefano sotto tutti gli aspetti, non senza commozione in alcuni momenti, ma con il sorriso, bello, di Paola che ricorda “Stefano è qui accanto a noi in ogni momento, non è passato ma è attento e ci guida”. A tratti è emersa la commozione anche di chi ha intervistato che ha avuto la fortuna di conoscere Stefano, giovane militare ma sempre sorridente, pieno di vita e con tante premure per la famiglia che a Orvieto lo ha accolto.

Partiamo dalla fine.  L’amministrazione da due anni si è impegnata a porre una targa commemorativa a che punto siamo?

Ancora stiamo aspettando che si concretizzi l’iter per dedicare uno spazio in memoria di Stefano, ma io direi per quello che è stato Stefano Melone.  Tutto è nato da una mozione presentata dal consigliere Sacripanti e approvata all’unanimità da tutto il consiglio.  Come famiglia non siamo stati informati né dei tempi né del luogo.  In un primo tempo si pensava al giardino a fianco della rotatoria di Orvieto Scalo ma non vi sono certezze in tal senso.  Vorrei però che non si consideri la targa per Stefano come un fatto politico ma come un monito per i cittadini tutti, come un ricordo di quello che è stato, che ha fatto e che ha sofferto Stefano Melone.  Lui ha deciso di vivere a Orvieto e non a Viterbo dove aveva e ancora ha sede il suo reparto di appartenenza e qui ha costruito il suo mondo privato, la sua famiglia e vedeva in città il suo futuro negatogli dalla malattia.

Raccontiamo chi è Stefano Melone?

Prima di tutto è l’uomo che mi ha reso felice, dedito alla famiglia e a Orvieto.  E’ (il presente è il tempo verbale che ha utilizzato Paola sempre, a sottolineare che Stefano non è e non sarà mail passato ndr) un servitore dello stato che è sempre stato coerente con tutto ciò che spettava a lui come capovelivolo elicotterista dell’esercito.  Un uomo onesto e retto.

Hai parlato di missioni all’estero e sicuramente tante storie ti ha raccontato e che magari non puoi riferire, ma una cosa sicuramente puoi dirci; come vive una moglie le missioni all’estero di un elicotterista dell’esercito? 

Fin da quando ci siamo conosciuti è stato chiaro, non avrei mai potuto frappormi tra l’uomo che amavo e il suo lavoro.  Stefano amava la divisa ed è sempre stato un fedele servitore dello stato.  Con una battuta potremmo dire che non avevo alcuna chance con gli elicotteri e la divisa.  Le prime volte ero chiaramente preoccupatissima ma nel contempo sapevo che anche quello era un modo di rendere felice mio marito, vederlo realizzato nel suo lavoro. Con il passare delle missioni non ci si abitua ma comunque s’impara a tenere a bada i momenti di paura e in questo Stefano è sempre stato bravissimo perché anche a 5 mila chilometri di distanza riusciva ad essere presente.   

Nella famiglia che ruolo svolgeva come padre e marito?

Era un papà moderno ma nello stesso tempo attaccato ai valori che ha trasmesso alla famiglia.  Ad esempio durante i pasti si spegneva la tv per ascoltare i figli, per dialogare con loro.  Era un piccolo gesto ma significativo del valore che dava alla famiglia e al dialogo.

Torna dalle missioni raccontandoti tante storie ma poi arriva qualche segnale strano, qualche dolore fisico…

Dopo l’ultima missione, a 38 anni, ritornando dal Kosovo accusa dei dolori fortissimi al semicostato e all’addome che non passavano.  Sotto consiglio del medico di famiglia decide di andare per una visita al Celio, l’ospedale militare.  Stefano vuole capire ma soprattutto vuole che quei dolori lancinanti passino.  Dopo una settimana viene dimesso con una diagnosi di dorsolombosciatalgia.  Resta quasi incredulo e chiede di poter fare ulteriori accertamenti anche perché i dolori nel frattempo non sono calati.  Non c’è stato nulla da fare.  Allora iniziano una serie di viaggi per visite private tutte a nostro carico.  La realtà che ne viene fuori è ben più drammatica.  E’ un tumore.  Il dottore che lo opera dopo otto ore esce per parlarmi.  Mi spiega che è andato tutto bene ma che ha trovato il torace invaso da cellule piuttosto strane.  Per la sua esperienza assomigliano molto a cellule tumorali dovute all’inalazione di sostanze tossiche ma per avere conferma invia i tessuti per gli esami istologici anche all’estero.  Stefano è d’accordo.  Ecco il responso crudele: endotelioma epiteloide di ossa, polmone e pleura, senza cura possibile.  (La commozione è palpabile…qualche secondo di pausa, giusto il tempo di riprendersi un po’ come se fossimo tutti lì ad attendere e poi ascoltare la risposta del medico ndr).

Cosa è successo subito dopo e come lo hai detto ai figli?

Stefano ha chiesto la verità in maniera quasi fredda, distaccata e il dottore ha spiegato che quel tipo di tumore raro non lasciava alcuna speranza di vita. Si è messo subito in moto, senza apparente depressione, chiamando i suoi colleghi invitandoli ad effettuare esami simili per capire e conoscere il loro stato di salute. Per i miei figli è stato un vero e proprio calvario…

Andiamo avanti con la storia.  La malattia c’era, le speranze non cerano ma c’è tutta la parte legale.  Perché c’è stato bisogno di una vera e propria battaglia?

Stiamo parlando di fatti avvenuti nel ’99 circa e s’iniziava a parlare di uranio impoverito utilizzato in zone di guerra.  Con i documenti in suo possesso ha iniziato a condurre ricerche in proprio scoprendo che lo stesso Ministero della Difesa non aveva opportunamente indicato tale rischio.

Quindi ha nascosto un po’… Ma perché continuare a negare anche dopo?

Mio marito amava la divisa ed è stata una decisione molto sofferta.  Le sofferenze fisiche sono state atroci e lui si è sentito tradito dal padre che serviva con tanto onore.  Ecco perché è voluto andare avanti fino alla fine.  Prima di morire, l’8 novembre del 2001 a soli 40 anni, all’Istituto dei Tumori di Milano, mi ha chiesto di continuare la battaglia.

E’ rimasto ben presente anche oggi?

Sì, sempre.  Per la sua storia personale penso che sia doveroso ricordarlo anche alla città.

In tanti sono convinti che un uomo in divisa non possa portare la pace e che tanti militari in missione lo facciano per una questione di soldi.  Secondo la tua esperienza di moglie di un militare è così?

Assolutamente no.  Un militare, sia chiaro, è addestrato per difendere la Patria e per difendersi ma l’esercito italiano, le forze armate italiane più in generale ovunque sono andate hanno sempre portato aiuto alle popolazioni in guerra.  Lo è stato quando Stefano partiva e lo è ancora oggi e sicuramente i militari non vanno in missione all’estero per guadagnare soldi in più.  Un militare va in missione perché svolge il proprio dovere.  Sfido chiunque a sopportare la lontananza dai propri affetti per lunghi periodi e in luoghi pericolosi, in teatri di guerra, solo per soldi.

Cosa ha lasciato Stefano Melone alla famiglia?

Personalmente mi ha lasciato come eredità inestimabile i miei figli e lui è dentro di loro.  Il suo essere è compenetrato in me.  Sono convinta che non ci ha lasciati e personalmente mi ha aiutato a crescere.  Gli insegnamenti che ci ha lasciato sono sicuramente amore, onestà, rettitudine e rispetto reciproco.

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  • A riguardo della Targa ricordo in memoria del M.llo Melone, dovrebbe farsi carico l’Ass. Naz.le Aviazione Esercito , di VITERBO o di ROMA.
    Ultimamente qua a Pordenone si è posata la Targa in memoria al Caporal magg. Gaetano TUCCILLO , a spese dell’Ass. Autieri , nel luogo stabilito dal Comune, perché luogo pubblico.

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