Giorgio Santelli, “Germani ha sbagliato a denunciarli ma anche i giornalisti che non verificano l’attendibilità delle notizie hanno le loro responsabilità”

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Riceviamo e pubblichiamo una lettera di Giorgio Santelli, giornalista di RaiNews, relativa alla questione delle denuncia di Germani nei confronti di alcune testate, compresa la nostra, e non di altre.  Ringraziamo comunque il collega per aver espresso la sua posizione a cui replichiamo con una nostra risposta a breve.

 

Sono uno dei giornalisti che ha scelto di non sottoscrivere la lettera inviata all’ordine dei giornalisti dell’Umbria sul caso della richiesta di mediazione avanzata dal sindaco Giuseppe Germani ad Andrea Scopetti, Rovero Ermini e ad alcuni giornalisti orvietani, nello specifico Claudio Lattanzi, Alessandro Li Donni, Monica Riccio e Vincenzo Carducci oltre ai loro editori.

Non ho sottoscritto quella lettera ma, non appena mi è stata comunicata da Francesco Paolo Li donni in data 18 aprile la richiesta di mediazione, come referente orvietano dell’associazione Articolo 21, ho immediatamente chiamato il Sindaco per chiedere lo stralcio della posizione dei giornalisti da quella richiesta che, nel frattempo, mi era stata inviata in copia dallo stesso Li Donni e che chiederei a qualcuno degli interessati, con gli opportuni omissis dovuti alla protezione dei dati sensibili, di allegare alla presente, affinché i cittadini possano consapevolmente leggerne i contenuti, le questioni del contendere e il giudizio degli avvocati che hanno predisposto l’atto e formarsi un’opinione completa.  (non pubblichiamo l’atto perché non diretto esclusivamente a noi (Non abbiamo avuto il permesso da parte di tutti gli attori chiamati a mediare ndr).

Lo stesso Germani, per tornare alla cronaca, ha dichiarato di provvedere allo stralcio e, da me intervistato nei giorni scorsi per uno speciale sulle amministrative in Umbria di Rainews24, ha confermato questa posizione rendendola così pubblica.

Nel contempo, ho anche spiegato a uno dei colleghi coinvolti che io e la maggior parte dei giornalisti con cui ho lavorato in 30 anni di iscrizione all’ordine dei giornalisti, quel comunicato stampa, così come è arrivato, non lo avrei pubblicato. Questo perché si era di fronte ad una situazione del tutto particolare.

Un segretario del PD nei fatti sfiduciato dal suo segretario regionale (poi finito agli arresti sulla vicenda sanitopoli), senza nemmeno tante metafore, in un comunicato stampa congiunto, insieme ad un collega di un’altra mozione, dava dei giullari e dei vassalli a chi sosteneva Giuseppe Germani e diceva, in sintesi, che quel gruppo di persone vicine al sindaco avesse una certa predisposizione a mettere le mani (…omissis…). Giudizio  che, per me, significa  una cosa sola. Accusare qualcuno di essere predisposto ad essere un ladro.

Così ho spiegato al collega coinvolto come mi sarei comportato io.

Prima avrei cercato Rovero Ermini e Andrea Scopetti per farmi confermare quanto scritto in quel comunicato stampa che era giunto dalla posta ufficiale del PD (quindi dall’ indirizzo mail del partito e non di una parte di esso) e poi avrei anche chiamato il sindaco Germani per dargli modo di replicare a quelle accuse che, se fatte nei miei confronti, avrei ritenuto infamanti.

Questo per evitare che fossero pubblicate accuse senza una replica.

Pubblicare un comunicato stampa di quei toni, pubblicarlo integralmente come se fosse oro colato (per i giornalisti non è fonte primaria nemmeno una notizia di agenzia), equivale a trasformare la nostra professione in quella di passa carte o, peggio ancora, di “velinari”, così si definisce in gergo giornalistico tale metodo professionale per me sbagliato.

Questo è quello che mi hanno insegnato i miei maestri di giornalismo. Così vorrei sapere dal mio Presidente dell’Ordine dei giornalisti dell’Umbria Roberto Conticelli, che ha giustamente difeso i colleghi senza però far loro nemmeno un appunto se, a questo punto, è il mio metodo a violare le regole deontologiche e se, negli anni, ho in qualche modo violato anche qualche carta specifica dell’ordinamento. In tal caso ritengo opportuno che mi venga comminato almeno un richiamo formale per violazione dell’ordinamento.

In ogni caso, lo ripeto, ritengo che Germani abbia sbagliato ad arrabbiarsi così tanto anche se sentirsi dare del ladro a mezzo stampa non fa piacere né a livello personale né per le conseguenze che questa notizia “falsa” può provocare tanto nella sfera personale quanto in quelle lavorativa e politica.

Per questo penso che se io avessi commesso lo stesso errore o se comunque per superficialità avessi pubblicato quella “velina”, poi avrei avuto l’umiltà di chiedere scusa tanto ai lettori quanto al diretto interessato per avere dato una notizia non verificata che a mio avviso travalica la “critica politica” diventando per lo meno semplice offesa diffamante.

E sostengo questo perché una vicenda simile mi è capitata, tra l’altro, da direttore de La Città ed è costata a me, al direttore editoriale e all’editore qualche decina di migliaia di euro. Questo pur avendo fatto le scuse del caso, pur avendo ritirato le copie in edicola. Scegliendo, anche noi, di arrivare ad una transazione per evitare di andare a processo. E lo facemmo, alla fine, senza chiedere solidarietà in giro.

Se ho sbagliato, anche in questo caso, chiedo al mio presidente dell’Ordine Regionale dei giornalisti dell’Umbria di farmelo notare visto che sarebbe stato il mio secondo errore. E quindi mi dovrei aspettare un secondo richiamo.

Quindi, a conclusione dei fatti, se è vero come Alessandro Li Donni dice nel suo editoriale che si assiste a un clima velenoso, magari loro stessi potrebbero svelenire quel clima in parte ammettendo almeno di aver fatto una cazzata, specie ora che è chiaro che la loro posizione verrà stralciata visto che è comunicata anche mezzo stampa, personalmente, e ribadita da me dopo averla acquisita da Germani.

Insomma, nessuno può certo dire che Germani, ora, stia mettendo il bavaglio alla stampa.

Contemporaneamente a tutti i lettori pongo una domanda.

Immaginiamo che ognuno di voi abbia un ruolo pubblico.
Immaginiamo che arrivi  una velina da un vostro antagonista che vi dia del ladro.
Immaginiamo che quel comunicato  venisse poi diffuso “pari pari” e senza un intervento critico da alcuni giornalisti.
Immaginiamo che molti di voi si arrabbino e chiedano una mediazione al Tribunale (che non è una querela e che per assurdo potrebbe chiudersi anche con le scuse fornite in quella sede da chi ha realizzato e diffuso quel comunicato).
Immaginiamo che in quella mediazione inseriate anche quei giornalisti che hanno pubblicato quella falsa notizia perché vi hanno esposto al giudizio dell’opinione pubblica.

Vi sentireste dalla parte del torto? Vi sentireste colpevoli di chiudere la bocca alla stampa? Oppure vi sentireste autorizzati a difendere la vostra reputazione?

Ripeto, non condivido la richiesta di mediazione che è stata fatta nei confronti dei giornalisti ma mi sento, comunque, di comprenderla per il carico emotivo che ha suscitato nei confronti di chi si sente diffamato.

Poi, altre considerazioni.

Sempre nell’editoriale di Alessandro Li Donni, si ribadisce la volontà di realizzare un faccia a faccia con i candidati alle amministrative. Un faccia a faccia con i giornalisti a cui io stesso ero stato invitato ma a cui ho rifiutato di partecipare perché, lo dico qui ora, dopo quel che è successo ritengo che nessun giornalista coinvolto in questa vicenda possa parteciparvi.

La presenza, di una mediazione nei loro confronti li pone in due situazioni diverse:

La prima potrebbe essere quella di una eccessiva premura nei confronti del candidato sindaco Germani che ha reagito ai loro articoli.

La seconda potrebbe essere una eccessiva acredine nei confronti del candidato a sindaco Germani che ha osato reagire a quegli articoli.

E poi, anche mettendomi nei panni di Germani, mi chiederei se si può andare ad un confronto a cui partecipino quei giornalisti con cui si ha avuto questa difficoltà di rapporto.

Non scendo poi nel definire la collocazione politica dei giornalisti poiché, quella, è un diritto sacrosanto di ogni cittadino. Però vorrei anche dire che chiunque comprende, per esempio, da quel che scrivo da “privato cittadino” e non da giornalista, quale sia la mia appartenenza culturale. E penso che per qualsiasi elettore è possibile, dai profili privati di ciascuno di noi, dalle nostre presenze a dibattiti politici, al nostro atteggiamento “civico” comprendere come la pensiamo.

Personalmente, nello svolgimento della mia professione in Rai quale cronista e inviato della redazione politico-parlamentare, ho l’obbligo non solo deontologico ma anche formale, di osservare equilibrio. Nonostante questo essere scelto con regole poco chiare per collaborare ad un confronto tra i candidati a sindaco mi ha fatto dire di no.

Se così quel confronto ci dovesse essere, quindi, dovrebbero essere i candidati (come avviene in Rai o in altre testate nazionali) a mettersi d’accordo su quali giornalisti scegliere per moderare e realizzare quell’incontro, perché in questa fase contingente è l’unico modo di rispettare un equilibrio reale. Quindi ad Alessandro, se posso dare un consiglio, dico di fornire ai candidati i nomi dei giornalisti locali e chiedere a loro, di comune accordo, di sceglierne un paio o tre di comune accordo.

Infine, visto che si parla di difesa dell’informazione, voglio annoiarvi su un’ultima questione.

Il giornalismo italiano soffre di grandi meccanismi di controllo in ogni caso invadenti.

Quello di chi, come me, sta nel servizio pubblico e vede pressioni continue all’interno di un’azienda la cui proprietà è solo formalmente nelle mani degli abbonati ma con linee editoriali che cambiano a seconda di chi è al governo del Paese. Fino a quando non cambieranno le fonti di nomina della governance della Rai, l’informazione non sarà mai pienamente libera. Lo dicono anche le associazioni indipendenti internazionali che collocano il nostro Paese in una parte bassa della classifica sulla libertà di informazione.

Non esiste uno statuto dell’impresa editoriale che svincoli anche gli interessi particolari degli editori privati dalla corretta e completezza dell’informazione. Così un giornale che ha come editore un costruttore o un cementiere, difficilmente potrà esprimersi liberamente su temi ambientali, su temi legati all’edilizia, alle cave, all’incenerimento dei rifiuti. Questo perché gli interessi del core business (che non è mai quello editoriale) sono, per cosi dire, caratterizzanti della linea editoriale.

Esiste poi il grave pericolo, per i giornalisti, delle querele temerarie. Quel becero meccanismo di querela civile  usato per impaurire piccoli editori indipendenti o giornalisti privi di una difesa legale seria garantita dai propri editori. Quelle querele vanno punite e c’è un disegno di legge che porta, come primo firmatario, il nome di Walter Verini, deputato umbro.

Ma esiste anche il problema delle fake news, o di quelle veline che mistificano la realtà, affermando cose non vere, tentando di manipolare l’opinione pubblica.

Ecco, io penso che noi giornalisti dovremmo confrontarci su questo, perché ne va della nostra stessa sopravvivenza. Usiamo quello che è successo ad alcuni per riflettere e svolgere al meglio la nostra professione. Vale per tutti. Nessuno escluso.

Resto in attesa degli eventuali richiami nei miei confronti da parte del mio ordine professionale.

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