Il McDonald’s e la trappola identitaria

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di Claudio Lattanzi

Premesso che mangio al McDonald’s non più di una volta ogni anno e mezzo e mal sopporto i fast food appena un millimetro in meno di quanto non odi i centri commerciali, la questione relativa alla possibile apertura di uno di questi locali, segnalata dall’ottimo Vincenzo Carducci su Il Messaggero, sta suscitando un dibattito che ha molto a che vedere con il futuro della città e meno con la semplice opportunità di nutrirsi oppure no con hamburger e patatine fritte. La levata di scudi che si ode in questi giorni contro l’ipotesi del McDonald’s riecheggia la stessa motivazione che, già negli anni Novanta, portò il Comune a rifiutare il possibile insediamento di questo tipo di ristoranti attraverso un esplicito divieto, contenuto nel piano comunale del commercio. “Una città ispirata ai valori dello slow food non può ospitare un fast food” si disse allora e si ripete adesso. Ma cosa significa esattamente questo ragionamento? Il concetto di fondo è quello di voler tutelare un presunto nucleo identitario della città da ogni forma di contaminazione che potrebbe alterare una certa idea di Orvieto, snaturandola e imbastardendola  fino a renderla irriconoscibile. In realtà, dietro all’avversione contro il fast food, c’è lo stesso meccanismo che ha portato Orvieto a rimanere per oltre venti anni estranea ad ogni disponibilità di accogliere la grande distribuzione. C’è una delle coordinate mentali che stanno sprofondando questa città in un declino impressionante che solo chi è in malafede o completamente offuscato non vede; quella cioè di non voler crescere.   Orvieto dovrebbe perseguire la strada della crescita economica e  del rilancio demografico con la perseveranza tipica di un’ossessione, invece tanti orvietani hanno paura di crescere, di dover assistere a cambiamenti inediti, di dover mutare qualche abitudine, di dover abbandonare il conforto di un panorama urbano e umano prevedibile perchè conosciuto e sempre uguale. La difesa di una ipotizzata “identità slow food” diventa così l’alibi per rifiutare ciò che va nella direzione della differenza, come se prima di aprire ristoranti cinesi e giapponesi si fosse fatto un referendum sul loro grado di compatibilità con la filosofia slow. Rinchiudersi nel recinto identitario è tipico di chi è terrorizzato dalla crescita, a meno di ritenere che il MacDonald’s di Santa Maria degli Angeli abbia offuscato e sminuito i 20 mila metri di affreschi giotteschi nella Basilica Superiore di Assisi. Un paese è quel luogo in cui ci trovi tre o quattro cose. Una città è quel luogo in cui possono muoversi e vivere tante persone che hanno gusti e visioni del mondo diverse l’una dall’altra che possono realizzare nello stesso posto. La voglia disperata di rimanere un paese e non affrontare l’ansia legata a sfide nuove è l’impulso forse maggioritario, antimoderno, patologico e incomprensibile di una comunità che si condanna a non aver ancora nessuna vera prospettiva di sviluppo perché continua ad essere paralizzata dalla paura.

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