Antonio Rossetti, “il Bollettino economico è un check-up utile per tutti”

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Antonio Rossetti, vice-presidente della Fondazione per il Centro Studi Città di Orvieto, è il coordinatore, insieme al consigliere Ripalvella, del Bollettino Economico di Orvieto, nuova versione.  Il Centro Studi ha voluto rieditare questo importante strumento di lettura del territorio dopo alcuni anni di sospensione.  Siamo ora alla vigilia della terza edizione e Rossetti ha sottolineato la grande importanza per i policy makers che dai dati del Bollettino potrebbero partire per trovare una cura adeguata per Orvieto. I dati, i numeri e i trend sono fondamentali per chi deve programmare, investire e pensare il futuro della città.

A che edizione siamo?

Siamo alla terza della nuova gestione, definiamola così.

Come è strutturato e quali sono gli indicatori principali del Bollettino?

Il bollettino è la cartina di tornasole della situazione socio-economica del territorio.  Personalmente lo definisco un vero check-up che mette in luce le problematiche principali e aiuta a ragionare sulle misure da prendere per migliorare o invertire i trend socio-economici del territorio.   I principali indicatori sono il mercato del lavoro, le imprese, la demografia, la situazione del credito e finanza.  In sostanza mettiamo insieme tutti questi dati tentando di trovare un legame per proporre delle diagnosi.  Il nostro compito si ferma qui perché il fare, la cura, viene lasciato ai policy maker che hanno come mission proprio la soluzione delle problematiche che emergono dal quadro d’insieme offerto dal Bollettino

Quali sono le fonti che prendete in considerazione?

Le fonti sono molteplici e tutte ufficiali.  Si va dalle camere del lavoro ai dati sui censimenti scolastici per la valutazione della formazione, ai dati sul credito forniti dalla sede di Perugia della Banca d’Italia.  Insomma sono tutte fonti di altissimo livello qualitativo e di conseguenza il dato che ne emerge è di primaria importanza.  E’ altrettanto evidente che l’interpretazione è soggettiva.

Infatti, si può vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto a seconda delle convenienze…

Diceva Nietzsche, “non ci sono fatti ma solo interpretazioni”.    Il dato dunque, va interpretato. Noi li utilizziamo per lo story telling della città, ma poi vanno confrontati.  Di certo emergono due problematiche per Orvieto: la demografia e la contenuta dimensione aziendale media.

Partiamo proprio da queste due criticità per raccontare la città che produce

In realtà sono due dati strettamente interconnessi tra di loro, infatti la demografia ha un impatto sulla crescita della produttività, su questo vi sono studi anche a livello internazionale.  Il tasso di natalità è piuttosto contenuto e la vita media si è allungata; questo mix ha evidenti ricadute sulle performance economiche di Orvieto.  L’altro dato evidente, e in parte come dicevo connesso al primo, riguarda le dimensioni molto contenute delle aziende orvietane che hanno una media di 1 o 2 dipendenti:  questo le penalizza nella competizione sul mercato globale e in termini di economie dovute ai volumi di produzione, nelle piccole imprese i costi fissi si ripartiscono su una scala di produzione contenuta per cui pesano di più per unità di prodotto.  Basti pensare al marketing aziendale che sicuramente non può essere fatto in house dalle micro-aziende per capire come sia penalizzante la mancanza di aziende di medie dimensioni.  E’ dunque vitale riuscire a fare rete, cioè collegare le realtà produttive, per mitigare gli effetti negativi della piccola dimensione.

A questo punto la domanda sorge spontanea.  Voi fate il Bollettino con le chiavi di lettura ma chi deve leggere i dati?

Noi gradiremmo che fossero letti da tutti ma in primo luogo da chi muove le leve della politica nella città e nel territorio, cioè i policy maker.  Come dicevo è un check-up poi è il medico che deve porre rimedio alle patologie evidenziate.  Quindi è principalmente indirizzato agli imprenditori, agli amministratori, alle associazioni di categoria con particolare attenzione per chi opera nel settore dei servizi e del turismo. A Orvieto un lavoratore su due opera nei servizi o nel commercio, quindi è chiaro che i primi interessati dovrebbero essere proprio gli imprenditori del settore. A leggere i dati del Bollettino dovrebbero essere anche le banche, altro snodo importante dal punto di vista economico-finanziario perché è evidente il peggioramento del rapporto tra incremento degli impieghi e dei depositi.  Malgrado un soddisfacente livello di depositi pro capite, il  finanziamento del capitale fisso, tramite i prestiti, ristagna.  Si deve capire se sono gli imprenditori che non chiedono denaro, per una forma di pessimismo sul futuro, o le banche che non lo concedono, per una valutazione non positiva del merito di credito delle aziende.  In parole povere bisogna passare dalla diagnosi alla cura prima che la situazione peggiori ulteriormente.

Abbiamo fatto un parallelo tra medico, diagnosi e cura.  Abbiamo trovato la patologia, abbiamo fatto le analisi e siamo andati dal medico che ci ha dato una cura.  Ha effetto la cura?

Devo dire la verità: stiamo ancora vedendo i dati per la prossima edizione, quindi non posso sbilanciarmi.  La mia sensazione empirica è che a Orvieto si vada di pari passo con il ciclo economico nazionale, quindi dopo una timida ripresa ora c’è una piccola frenata, però è solo una sensazione.  D’altra parte, le due criticità che abbiamo evidenziato in precedenza sono strutturali e non congiunturali.  E’ un problema di settaggio per cui bisogna porre in essere politiche adeguate per modificare le variabili di struttura.

Torniamo al coordinatore del Bollettino.  Visti i dati delle due edizioni.  Quali sono i punti di forza del territorio?

Sicuramente è la tenuta del tasso di risparmio.  Su questa variabile si deve ragionare perché c’è un tessuto economico che ha saputo risparmiare e l’impresa deve saperlo intercettare.  Invece, dal punto di vista congiunturale il fatto che l’attitudine a consumare non sia elevata potrebbe indurre gli imprenditori ad essere più pessimisti perché la storia recente segnala una dinamica economica non brillante.  Gli altri punti nodali positivamente impostati sono i giacimenti culturali e il tasso di scolarizzazione che è estremamente elevato; merita una menzione l’incidenza delle professionalità ad alto valore aggiunto su livelli superiori alla media nazionale.  Su questi punti si deve provare a fare leva per contrastare i due punti dolenti che sono, ripeto, la demografia e la dimensione aziendale media.

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