Osservazioni, riflessioni e idee sul Corteo Storico

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di Gianluca Foresi
Ora che la festa del Corpus Domini è trascorsa da qualche mese e i riflettori sulla manifestazione più importante di Orvieto si sono spenti e che quindi anche le varie polemiche hanno smesso di far vibrare il tufo, vorrei proporre qualche riflessione sul Corteo Storico, guardandolo dall’angolo visuale di chi frequenta, ormai da molti anni per motivi artistici e professionali, le più note e importanti rievocazioni storiche italiane. Cercherò nei limiti di un articolo di giornale di proporre delle osservazioni e fare una panoramica sul Corteo Storico e su quello che credo possa essere la sua funzione e il suo possibile futuro. Partirei però con delle premesse forse per molti noiose e già conosciute, ma utili ad inquadrare nel suo insieme quello che rappresenta senza dubbio un bene prezioso per la nostra comunità e che potrebbe tornare a essere di interesse anche oltre la cerchia ristretta della rupe.
Da molti anni ormai, probabilmente da quando è venuta a mancare l’ideatrice Lea Pacini, tiene banco a Orvieto la questione legata a che cosa si dovrebbe fare per rinnovare il Corteo Storico e far rinascere l’interesse non solo negli Orvietani, ma anche e soprattutto in chi decenni or sono lo vedeva come un’importante manifestazione a livello nazionale, ovvero quei turisti che oggigiorno vengono troppo spesso a mancare.
Sembra di ritornare indietro nel tempo alla famosa querelle scoppiata in Francia fra gli antichi e i moderni: da una parte quelli che si schieravano a favore del classicismo, rivolgendo l’occhio nostalgicamente al passato, a ciò che era stato, dall’altra chi invece vedeva nella modernità un’opportunità per cambiare, per migliorare e per rigenerarsi culturalmente e socialmente.
A Orvieto, con riferimento al Corteo Storico, sembra un po’ di rivivere questa diatriba: esiste quasi una visione dicotomica, una netta distinzione fra quelli che vorrebbero conservare il Corteo Storico, la processione, così come è stata concepita ormai più di 60 anni fa e come l’aveva pensata la mente prolifica e visionaria della signora Pacini insieme all’altrettanto illuminato vescovo Pieri, e chi invece vorrebbe percorrere la strada del rinnovamento per far sì che le nuove generazioni trovino interesse in quello che è ritenuto giustamente un patrimonio di grande valore per la città.
A mio avviso oltre queste due visioni, tutte e due rispettabili ma non condivisibili in toto, quella che fa tesoro della tradizione, del lascito e delle idee che fino agli anni ’90 potevano rendere il Corteo Storico un unicum, un modello da seguire e quella che invece vorrebbe cambiare tutto per non cambiare niente, per citare la famosa frase de Il Gattopardo, ce n’è una terza ovvero quella di ri-innovare nella tradizione, partendo da una base preesistente di indubbio valore e grandezza, conservando quindi le parti ancora vive e utili del corteo, ma aggiungendo, con interventi mirati che seguano l’indirizzo che ormai da più di 20 anni ha preso la rievocazione storica, altri aspetti: artistici, dinamici, emozionali, esperienziali, teatrali e non ultimi enogastronomici.
Mi permetto di dire che ormai quello che poteva rappresentare negli anni ’60, ’70 e ’80 un modello a cui tutti si ispiravano ha perso da tempo quella spinta che poteva avere quando all’epoca era un evento quasi unico nel suo genere. Oggi ormai quasi ogni città, ogni paese, ogni piccolo borgo che si dipana lungo tutto il territorio nazionale ha il suo corteo. In molti obietteranno che il nostro sia il più bello di tutti, con costumi preziosi, con un lavoro artigianale di grande levatura e che nessun altro può competere dal punto di vista estetico. Questo è sicuramente vero, ma aggiungo che è vero in parte: un po’ perché in molte altre grandi realtà, penso a Venezia, Siena, Ascoli, Pisa, Bari, Volterra, Brindisi, da anni la rievocazione storica ha assunto una rilevanza e interesse sempre maggiore, ma anche pensando a realtà più vicine alla nostra, sia geograficamente che demograficamente, penso a Foligno, Narni, Acquasparta, Assisi, Bevagna, San Gemini alle quali si è aggiunta da due anni Perugia per restare all’Umbria, ormai il cosiddetto corteo o la sfilata storica hanno raggiunto livelli estetici di elevata fattura sartoriale a fronte anche di costi molto più contenuti di quelli che sono serviti per realizzare i pregevoli abiti del nostro corteo. C’è da aggiungere che nonostante le manifestazioni di queste città siano più recenti, negli ultimi 20 anni sono state in grado di crescere e superare anche in notorietà e interesse la festa del Corpus Domini: in questo senso Orvieto è rimasta un po’ ferma al palo, pensando di poter vivere di rendita. I tempi sono cambiati: mentre prima Orvieto rappresentava un punto di riferimento anche a livello nazionale, ora ha abdicato al suo ruolo ed è diventata una sorta di Cenerentola, poiché l’evento religioso Corpus Domini riveste il suo interesse, ma l’evento Corteo Storico, duole dirlo, è pressoché sconosciuto ai più. Ritengo quindi necessaria un’inversione di rotta, proponendo, senza voler entrare nel dettaglio pedissequo, alcune iniziative che potrebbero essere intraprese già da quest’anno per farlo tornare a essere un momento centrale sia nella vita degli Orvietani, che dei tanti agognati turisti di cui la nostra città ha sempre più bisogno.
La prima proposta sarebbe quella di riportare la processione religiosa al giorno in cui si festeggia il Corpus Domini, quindi al giovedì, scorporando quindi i due eventi e allungando così i giorni di festività, inserendo il venerdì e il sabato altre attività di tipo convegnistico, spettacolare, conviviale, ecc. La domenica inoltre si potrebbe spostare il corteo al pomeriggio, evitando così la mattina di chiudere la città al traffico e dando oltretutto la possibilità alle varie attività commerciali di sfruttare l’arrivo di turisti.
Perché scorporare la processione religiosa dalla sfilata storica? Nonostante le festività come questa nascano da un evento religioso e poi in un secondo momento vengano aggiunte le manifestazioni storiche, ormai da più di tre decenni sono nate tutta una serie di rievocazioni storiche avulse dall’aspetto cultuale, che sono diventate degli appuntamenti per appassionati che vanno alla ricerca di quel tipo di eventi. Ecco quindi la possibilità di lavorare sulla tematizzazione e la targhettizzazione, la ricerca cioè di un pubblico specifico, oltre a fissare la data in un periodo preciso dell’anno, in modo da diventare punto di riferimento anche per gli spettatori non residenti.
Una seconda proposta è il tentativo di far riappassionare gli Orvietani, e in particolare modo i giovani, i bambini a un evento che nel tempo ha perso il suo fascino e il suo valore coesivo. L’idea è quella di organizzare una competizione che non debba per forza essere sportiva, ma che crei senso di appartenenza: pensiamo ad esempio ai quattro quartieri che potrebbero sfidarsi, sotto gli occhi attenti di una giuria di esperti, a colpi di portamento, di movimenti scenografici, di narrazione delle figure che compongono il quartiere o dell’aggiunta di elementi spettacolari. Questo è il più semplice che viene in mente, ma molte altre potrebbero essere le attività da inserire per fidelizzare e far sentire l’attaccamento all’evento. Occorrerebbe creare una divisione che paradossalmente unisca: l’un contro l’altro amati.
Un’altra idea è quella di unire in un unico Corteo, almeno una volta all’interno dei vari giorni festeggiamenti, la sfilata maschile con quella femminile: insomma vedere riunita la corte, perché infatti è da questo termine che deriva la parola corteo, si rivivevano i momenti della corte, non era quindi solo una parata militare. Qualcuno obietterà che alla vita politica le donne non partecipavano, ma questa è una verità da stabilire, a mio avviso non dogmatica. Anche questo potrebbe dare nuovo vigore e nuova curiosità alla sfilata, che con l’aggiunta delle dame crei un ulteriore elemento di competizione, eleggendo e la coppia più elegante e la dama più bella, senza ovviamente scadere nel contest di moda.
Per ricreare il senso di appartenenza e quindi far sentire proprio il corteo, proporrei inoltre di inserire nello statuto l’obbligo della sottoscrizione della tessera per i figuranti: questo oltre che rappresentare un’affiliazione teorica, rappresenterebbe anche annualmente un introito sicuro di quasi 10.000 euro (visti gli oltre 400 figuranti), che potrebbe essere investito per migliorare, implementare e salvaguardare i costumi.
L’annosa questione della musealizzazione dei costumi, che si ripropone ogni anno come un ritornello, non è facilmente percorribile: primo, perché i costi sarebbero proibitivi, secondo, perché prima di chiudere in un museo i costumi ne andrebbero creati dei nuovi così da far svolgere il Corteo e dare una continuità. Dati i costi elevati di quelli originali sarebbe molto improbabile, se non impossibile, farne di uguale pregio, e allora sarebbe opportuno mettere in moto energie necessarie per il reperimento di fondi, attraverso la sensibilizzazione di una certa imprenditoria locale o la capacità di intercettare i famosi bandi europei, ma per far questo occorrerebbe mettere in campo delle professionalità che sappiano intervenire e lavorare a tal fine. Il discorso relativo alle professionalità sarebbe anche da affrontare per quanto riguarda la gestione del corteo, ma non è questa la sede, perciò su questo argomento potremo magari tornare in un altro intervento.
Infine con queste note, osservazioni e idee non voglio avere nessuna pretesa, solo la speranza di arrivare a sensibilizzare i tanti che in questi anni hanno messo a disposizione il proprio tempo e la propria buona volontà facendo un importante lavoro all’interno dell’associazione Lea Pacini per la riuscita del Corteo Storico, ma anche gli Orvietani stessi.
Sarebbe però un grave errore continuare a operare pensando di riproporre sic et simpliciter questa formula che ormai ha fatto il suo tempo e che di anno in anno sta perdendo interesse, a preoccuparsi soltanto di mantenere quello che è STATO il Corteo Storico dagli anni in cui è nato ad oggi: uno splendido evento, che però non può più essere visto con gli occhi nostalgici di quei bambini oggi adulti, ma che deve essere proiettato con rinnovato entusiasmo verso il futuro per prolungarne la vita.
Dobbiamo quindi essere intellettualmente onesti e non solo nostalgicamente legati a quello che ci suggerisce il cuore, e decidere se vogliamo lasciare in eredità questo bene che è patrimonio di tutti e farlo apprezzare ai futuri bambini, che crescendo a loro volta lo tramanderanno ad altri, o se vogliamo conservarlo nella soffitta dei nostri ricordi, per mantenere vivi i bambini che siamo stati, facendolo così morire con la nostra generazione.

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