Storia di un ordinario paziente di ortopedia e dell’emergenza sale operatorie

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Abbiamo deciso di raccontarvi una storia, vera, di un cittadino che ha scelto Orvieto per curarsi.  Potremmo anche dire che quella che stiamo per scrivere è la storia di un ordinario paziente di ortopedia.  Non sveliamo il nome per motivi di privacy e soprattutto perché è interessante la storia che testimonia il grado di operatività che ha avuto il nosocomio orvietano nei giorni passati.

E’ sabato pomeriggio e un uomo si frattura la caviglia.  E’ fuori Orvieto e l’ambulanza è pronta a portarlo in un ospedale vicino.  Dopo una rapida consultazione fra parenti si sceglie di pagare un mezzo di soccorso per trasportarlo ad Orvieto.

I suoi cari pensano di aver fatto la scelta migliore.  D’altronde il reparto ha una buona fama, il servizio sanitario umbro funziona e eventuali necessità possono essere velocemente soddisfatte dai parenti che vivono in città.  Il paziente arriva e viene preso in carico dalla struttura ospedaliera con tutte le attenzioni del caso.  I medici suggeriscono la messa in trazione dell’arto in attesa dell’operazione che necessariamente si svolgerà, così dicono, lunedì mattina.  Dopo ulteriori accertamenti e la richiesta di non procedere con la trazione da parte del malato i sanitari optano per l’ingessatura e posticipano l’operazione al martedì successivo, 12 giugno.

Nella stessa stanza del nostro paziente c’è un altro “ospite” con problemi ad una clavicola.  Arriviamo a lunedì mattina.  Inizia l’emergenza delle sale operatorie chiuse per mancanza di anestesisti.  Il “grande” giorno si avvicina e parte anche il digiuno pre-operatorio.  Mancano poche ore per essere operati e rimettere in sesto la caviglia.  Il paziente soffre ma è fiducioso.  Gli antidolorifici alleviano le sofferenze.  Siamo a martedì 12 giugno.  Il paziente si prepara a ricevere le cure del caso.  Ma eccoci alla doccia gelata!

Lo staff medico annuncia che per l’operazione non c’è nulla da fare, “mancano gli anestesisti e le sale operatorie non sono disponibili, funzionano per le emergenze”.  Il paziente rimane a bocca aperta.  Lo staff sanitario, sempre premuroso, si scusa e lo dimette con la prescrizione di antidolorifici ed eparina in attesa di tempi migliori e dell’inevitabile operazione.  I tempi? Il 12 giugno non potevano prendere impegni di alcun tipo.

Arriviamo al lieto fine, però.  Il 13 giugno il paziente viene nuovamente ricoverato per procedere con l’operazione.  Il 14 giugno entra finalmente in sala operatoria.  Ora l’operazione sarà sicuramente più complessa avendo dovuto rimandare di alcuni giorni l’effettivo intervento.  Anche il vicino con la frattura della clavicola probabilmente sarà operato a breve.  Cosa è successo?  La ASL2 ha chiamato 7 anestesisti con contratto professionale per supplire alle mancanze di personale medico specialistico del nosocomio orvietano.

La morale di questa storia? La sanità pubblica è un diritto e non un lusso e in un ospedale che dista quasi 100 chilometri da altre strutture sanitarie e con l’autostrada vicino la sala operatoria non può essere chiusa per mancanza di personale.  In parole povere non si può continuare ad avere nosocomi di Serie A e altri di Serie B perché significa avere anche cittadini fortunati e meno fortunati solo per residenza e non per particolari demeriti del singolo.  Ora l’emergenza si è affrontata ma la domanda rimane la stessa, perché si è dovuti giungere al black-out operatorio quando da almeno un anno si sapeva che la situazione era critica?  A queste e ad altre domande vorremmo risposte e siamo in attesa di poterle porre al direttore generale della ASL, Imolo Fiaschini.

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