Rafforzamento e trasformazione in Spa, sono questi i due punti cruciali per il 2018 di Banca Popolare di Bari

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Fine 2017 e inizio 2018 interessanti sul fronte della Banca Popolare di Bari che ha ripreso in mano la questione della trasformazione in SpA, fortemente voluta da Renzi con la riforma delle Popolari e messa in stand-by in attesa della pronuncia della Consulta.  Frizzante il clima anche a Orvieto con l’associazione Praesidium che ha scritto una lunga lettera ai vertici della Fondazione, lettera che non pubblichiamo non per scelta ma perché non ci è stata inviata ufficialmente.  Prendiamo comunque spunto da lì per cercare di presentare un quadro il più possibile chiaro della questione.  Ad oggi la Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto è azionista di Cassa di Risparmio di Orvieto SpA con il 26,4% in virtù del quale ha la possibilità, così come recita lo statuto, di porre il veto su operazioni di trasformazione societaria, fusione e aumenti di capitale.  La possibile contrazione degli attivi di bilancio della Fondazione non sono quindi da imputare alla svalutazione del titolo Banca Popolare di Bari.  Non possiamo poi parlare di contrazione finché non si avranno a disposizione i bilanci per raffrontarli con quelli scorsi. 

Per quanto riguarda le decisioni della Consulta sui dubbi riguardanti il blocco totale o parziale del diritto di recesso a parte dei soci per le banche che si trasformano in SpA, un primo passo ci sarà sicuramente il prossimo 20 marzo quando i giudici della Corte Costituzionale si riuniranno per la prima udienza.  L’iter successivo quale potrebbe essere? Dopo la sentenza, che con alta probabilità non arriverà il 20 marzo ma successivamente, la palla tornerà al Consiglio di Stato, che ha sollevato l’eccezione di costituzionalità di parte della riforma, per decidere.  La Consulta potrebbe, come avviene di solito in questi casi, dichiarare effettivamente incostituzionale la norma sul diritto di recesso invalidando così l’intera riforma. 

Non solo, nel possibile periodi di vacatio legis anche le altre popolari che hanno proceduto alla trasformazione dovrebbero garantire il diritto di recesso ai loro soci.  Si parla di cifre piuttosto alte, circa 400 milioni per UBI Banca e oltre 700 per il gruppo nato dalla fusione tra BPMilano e Banco Popolare.  Insomma si tratterebbe di una vera Caporetto per il sistema delle banche popolari con ovvi e drammatici riflessi sui mercati e sui risparmiatori.  Ecco che la via che potrebbe più pacificamente adottare la Consulta potrebbe essere quella di dichiarare l’intero impianto della riforma non valido rinviando al prossimo Parlamento eventuali altre decisioni in merito.

Sui consiglieri di amministrazione in rappresentanza della Fondazione in seno al cda di Cassa di Risparmio, tra l’altro in scadenza la prossima primavera, ancora una volta se ne chiedono le dimissioni erroneamente.  I consiglieri di amministrazione devono amministrare, appunto, la società, in questo caso CRO, senza pensare o prendere ordini dal socio.  Bankitalia da questo punto di vista è particolarmente attenta e non lo consentirebbe.  Infine c’è un piccolo particolare, la richiesta di dimissioni, giustificata, deve essere votata dall’assemblea dei soci dove la Fondazione è presente solo con il 26,4%.  E’ poi strano non aver contezza dei conti di una SpA che deve depositare i bilanci in Camera di Commercio, e come banca in Bankitalia e quindi sono pubblici e visibili, basta farne richiesta oppure basta prenderne visione direttamente dal sito internet del gruppo.  Poi per leggere e incrociare i dati serve competenza, ma lì dentro c’è tutto.

La situazione di Bari, per finire. Il bilancio 2016 ha fatto registrare un ritorno all’utile consolidato, per 5,2 milioni di euro, non ampio ma indicativo che la perdita pesante del 2015 era da ascriversi a molte e determinanti voci una-tantum.  Oggi oltre al dossier SpA a Bari lavorano per rendere il gruppo più snello con la dismissione di parte della partecipazione in Cedacri, con la creazione di una newco con Cerved per il recupero dei crediti, società a cui verranno trasferiti anche 11 dipendenti del gruppo e con il proseguimento del progetto Banca Unica.  Non mancano le criticità sia sulla governance, sulla quale si interverrà sicuramente in fase post-fusione; sia sui conti e il valore delle azioni.  Per quanto riguarda i conti sicuramente fin quando i margini di intermediazione continueranno ad essere così risicati sarà difficile ritrovare il necessario smalto.  C’è poi tutto il capitolo delle prescrizioni Bankit e Bce che indicano ogni anno una aumento delle riserve di capitale obbligando spesso ad annullare i dividendi anche laddove ci fossero. Anche i territorio di riferimento hanno il loro peso sui numeri e le performance di gruppo.  Puglia, Abruzzo, Molise, Basilicata e Umbria hanno scontato una crisi economica pesantissima dalla quale stanno uscendo con estrema lentezza e non in maniera omogenea anche all’intero degli stessi territori e questo incide indubbiamente sulla qualità del credito. 

In ultimo la questione delle azioni che sono quotate su un mercato secondario regolamentato dopo la svalutazione che ha impaurito molti risparmiatori e investitori.  Oggi le azioni non trovano mercato, così come quelle delle altre banche quotate su mercato Hi-Mtf, spesso non per reali situazioni critiche di bilancio per un sentiment piuttosto negativo che domina l’intero comparto bancario così come dimostrano anche i valori di istituti ben più importanti.  Sulla questione delle risorse drenate dal territorio il discorso è piuttosto complesso visto che ovviamente i titoli erano “targati” Bari quindi chiaramente non di aziende orvietane e altrettanto chiaramente era stato lanciato un aumento di capitale da parte di BPB proprio a supporto dell’acquisto di Tercas. Era l’anno 2014, apparentemente pochi, ma storicamente tantissimi visto che in mezzo c’è la grande crisi delle banche che ha coinvolto Mps, Etruria, Carife, Carichieti, Etruria, BPVicentina, Veneto Banca, Banca Marche e più recentemente CariCesena, CariRimini e CariSan Miniato, mentre per Carige si è lavorato su di un aumento di capitale come per Creval.

La nuova deadline è dunque la decisione della Consulta con tutti i suoi risvolti, la trasformazione in SpA della Banca Popolare di Bari e , molto probabilmente la fusione di CRO nella capogruppo così come indicato da Bankitalia.  L’intera partita si giocherà su più tavoli contemporaneamente, il primo è Consulta-Consiglio di Stato-Parlamento-governo, Bankitalia, il secondo Popolare di Bari- Bankitalia, il terzo Popolare di Bari, Fondazione CRO, Cassa di Risparmio di Orvieto. 

E’ difficile, non vi è dubbio, ma alla fine si dovrà assolutamente trovare una sintesi, la migliore possibile, per rendere più competitivo il gruppo BpB e di conseguenza CariOrvieto con la Fondazione che dovrà ottenere il massimo possibile garantendo al meglio il valore della sua partecipazione nella banca di territorio.  Non servono muri, dunque, ma trattative serie, che portino ad un risultato che accontenti le parti in causa, magari con qualche sacrificio, ma con la certezza di aver lavorato per la città, il territorio nel rispetto delle regole e seguendo le indicazioni dei regolatori.

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