Libreria dei Sette il grido di allarme, “pronti a chiudere”. Perché in centro le attività non funzionano?

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La notizia della possibile chiusura della Libreria dei Sette è arrivata quasi come un fulmine a ciel sereno.  L’ha anticipata il quotidiano La Nazione nell’edizione del 19 ottobre ma la notizia circolava da tempo lungo il corso.  Il tam tam delle prossime chiusure, delle cessioni e dei cambi si rincorrono in maniera vorticosa da alcuni mesi nel centro storico.  Colpisce molto la questione della Libreria dei Sette per un motivo in particolare, quando chiude una libreria è il segnale che un pezzo di comunità sta soffrendo. 

La questione del canone di locazione, bisogna chiarirlo subito, non può essere presentata come causa principale.  All’epoca dell’affidamento in concessione all’attuale proprietà degli spazi del Palazzo dei Sette ci furono levate di scudi soprattutto per il costo annuo 31 mila euro, ritenuto di favore.  In realtà all’epoca il canone fissato dall’amministrazione comunale era piuttosto conveniente ma visto il tipo di attività e la sua specificità e tradizione le acque si calmarono in poco tempo.  Oggi le amministrazioni pubbliche sono sottoposte ai controlli della magistratura contabile, della magistratura ordinaria, su denuncia o motu proprio, dei cittadini sempre più attivi e sarebbe quindi impensabile andare a ritoccare al ribasso un canone mensile pari a 2.584 euro circa, un sogno per i tanti operatori commerciali del centro storico che per spazi molto più piccoli pagano canoni in rapporto ben superiori.  E’ vero permane la specificità, la storicità del nome e la categoria merceologica che non permette grandi ricavi, ma questa è l’impresa e il mercato. 

L’amministrazione ha altre colpe che hanno influito sulla crisi della Libreria dei Sette e di tutto il commercio in generale del centro storico.  Le chiusure, i divieti, i costi dei parcheggi, la mobilità alternativa che proprio tale non è stata almeno fino al recentissimo passato, sono tutti fattoti che hanno fortemente penalizzato in particolare il commercio non strettamente legato al turismo, libri in primis.  Le capacità imprenditoriali del proprietario sono fuori discussione, sia ben chiaro, anche perché senza la Libreria dei Sette non avremmo avuto l’occasione di ascoltare tanti autori di primo piano, insomma Orvieto sarebbe stata più povera. 

E da “domani” Orvieto rischia di essere più povera, di perdere un altro importante pezzo d’identità culturale, economica e commerciale.  Quando chiude una libreria si chiude un po’ di più la città tutta.  Ma l’amministrazione? Negli anni, quindi non solo questa amministrazione, nessuno ha prodotto un atto per tutelare gli esercizi commerciali e artigianali di pregio, tradizionali e storici.  Così è successo per “Gli Svizzeri” o per “Scarponi”, solo per citare i due esempi più eclatanti e recenti.  Si aprono attività di somministrazione e ristorazione a ripetizione senza accorgersi che è forte il rischio di un calo della qualità e soprattutto che i negozi storici spariscano senza colpo ferire.  In altre città esistono bonus fiscali per il mantenimento delle strutture storiche, del marchio e della categoria merceologica, a Orvieto no.  Ecco questa è la vera colpa dell’amministrazione, quella di non aver programmato e di aver vietato e chiuso prima di qualsiasi intervento alternativo. 

Recuperare ora è difficile perché la crisi c’è ed è reale, perché la concorrenza è spietata e Orvieto non è un gioiello isolato ma uno dei gioielli di un forziere chiamato Italia.

L’invito per sabato alle 11,30 al Palazzo dei Sette è per tutti.  Discutiamo per capire e per salvare la Libreria dei Sette a Orvieto dal 1922

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