Fondazione CRO, "predica bene ma razzola male" tante curiosità senza risposta a partire dalle strategie di gestione dell’asset CRO

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In una guerra guerreggiata a colpi di comunicati e appelli all’orvietanità era inevitabile che alla fine arrivasse il punto finale.  Questa volta con il documento di risposta di Bari ad una precisa richiesta della Fondazione si può dire che il “re è nudo”, o meglio che qualcuno “predica bene ma razzola male”.  Il documento non solo ci fa capire che mentre da una parte si va a difendere autonomia e orvietanità della banca, dall’altra ci si prepara al disimpegno totale anche verso terzi.  Qualcuno potrebbe pensare ad una strategia per far venire allo scoperto la controparte.  Ma allora le strategie si devono concordare con più soggetti, magari con la città.  Non è stato così. 

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Analizziamo la realtà.  Prima di tutto la Fondazione avrebbe dovuto comunicare la sua decisione, sicuramente deliberata dagli organi statutari competenti, al Ministero dell’Economia in quanto ente di vigilanza sulle Fondazioni di emanazione bancaria.  Solo successivamente avrebbe potuto scrivere una lettera a Bari e a terzi.  C’è questa autorizzazione? Noi attendiamo risposta.  Le questioni dirimenti sono altre, a partire dalla giusta valutazione della partecipazione in CRO e dalla difesa di autonomia e territorialità della banca stessa. La prima risposta che ci è arrivata dal documento riguarda  la reale tempistica sulla volontà di Bari di arrivare alla fusione per incorporazione.  Nel documento è scritto testualmente, “…prospettata integrazione di CRO in BPB, oggetto di numerosi colloqui avviati almeno dal 2015, tant’è vero che la Fondazione è addivenuta alla nomina di un advisor proprio per valutare, dal suo punto di vista, tale operazione….” ; quindi delle due l’una o si sapeva o non si sapeva della fusione.  A quanto pare che la strada maestra fosse l’incorporazione era chiaro fin dal 2015 tanto che la stessa Fondazione per non arrivare impreparata ha pagato un advisor per conoscere la quotazione della sua partecipazione in CRO.  Da allora cosa è cambiato?  Diciamo che è cambiato il mondo e in particolare il settore del credito tutto.  Oggi le banche sane, le cosiddette “good bank” vengono vendute ad un solo euro, senza sofferenze e altri costi lasciati in capo alla “bad bank”. 

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Ma a saltare all’occhio è quella parte di frase riportata nel documento “…anche a terzi…” , in pratica un disimpegno forse per lasciare la patata bollente ad altri.  Ma la domanda successiva è, chi è interessato ad una quota di minoranza di CRO?  In pratica un terzo acquirente si dovrebbe caricare il costo della partecipazione, ai prezzi di mercato odierni e sulla valutazione che è presente nel bilancio della capogruppo BPB, per divenire socio di minoranza qualificata di una banca.  I vantaggi? Più o meno nessuno.  Bari continuerebbe ad avere il coordinamento e controllo di CRO e il suo logo su ogni documento ufficiale e nelle insegne, l’altro partner rimarrebbe all’asciutto.  Il tutto mentre un istituto bancario di rilievo potrebbe anche trovare occasioni migliori con una fusione carta contro carta, cioè con il concambio e ad armi pari.  Dunque l’unico vero interessato è ancora una volta l’attuale socio di maggioranza BPB che però non ne vuole sapere se non, eventualmente, dopo l’autorizzazione da parte del MEF.  Bari poi, ha già presentato una bozza di piano di ristrutturazione della sua controllata a giugno.

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In mezzo a tutto questo bailamme la Fondazione trova il tempo di “sfiduciare” a mezzo stampa i consiglieri da essa stessa indicati in seno al cda di CRO.  Lo fa sapendo di non poter sortire alcun effetto, visto che solo l’assemblea dei soci della banca può sostituire e nominare i consiglieri di amministrazione della SpA.  Non solo, viene resa pubblica la volontà di cedere tutta o in parte la quota e non arriva risposta se non un comunicato di replica a quello personale dei consiglieri “sfiduciati”. E si replica con altre domande.  Una in particolare si evidenzia per l’incongruità con la volontà di salvaguardare il personale e la banca, quella in cui si indica la disponibilità ad “un piano di rilancio anche severo e impopolare della CRO quale entità autonoma…”  Forse ci si riferisce alla disponibilità ad un piano lacrime e sangue per i dipendenti pur di raggiungere l’obiettivo di una pseudo-autonomia, visto che già da tempo la CRO è sotto il coordinamento e controllo di BPB che esprime la maggioranza del cda dell’istituto orvietano.  In realtà le uniche prerogative che ha il socio Fondazione, e non gli amministratori che rispondono della conduzione dell’azienda bancaria agli azionisti ma soprattutto a Bankitalia, permangono quelle di blocco di eventuali fusioni ed aumenti di capitale.  Per il resto il boccino lo ha in mano Bari, prima ancora lo aveva Firenze, e ancor prima Roma.  E’ quindi chiaro che “il silenzio assordante” sottolineato dalla Fondazione nella sua domanda, sia il sintomo di un non interesse di Bari che della sua controllata vuole lo sviluppo e non l’accartocciamento su base iperlocalistica che andrebbe ad erodere inevitabilmente le capacità di produrre utili da parte della banca.

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E allora insistiamo con la domanda che ormai poniamo da tempo, perché non sedersi intorno ad un tavolo per capire quale possa essere il punto di caduta più conveniente per ambo le parti, stante il fatto che la fusione è la via chiaramente indicata sia nel piano industriale di Gruppo BPB sia da Bankitalia?  Attendiamo fiduciosi.

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